MARCO CORTI
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Come rilanciare l’autonomia scolastica?

A più di vent’anni dal riconoscimento dell’autonomia scolastica, si rende necessario rilanciare questa importante opportunità per le scuole.
Per questo propongo le seguenti idee per ripartire con un’autonomia autentica:

Soluzione strutturale al precariato cronico

Come abbiamo avuto modo di analizzare in più occasioni, il tema del precariato ha una ricaduta diretta sulla continuità didattica e, conseguentemente, sul coinvolgimento nelle scelte di una scuola autonoma.

Se la questione tanto discussa è una maggiore selettività del personale, andrebbe rivisto l’intero sistema della formazione iniziale e del reclutamento per tutti i profili professionali nella scuola.

Innanzi tutto, non si può pensare di scindere l’aspetto relativo alla formazione iniziale, finalizzato al conseguimento di una abilitazione alla professione per qualsiasi figura, dalla modalità di reclutamento. Infatti, la stratificazione di interventi normativi delle continue riforme e contro riforme ha prodotto disparità di trattamento e non ha mai definitivamente risolto il problema del precariato nella scuola. Quindi, formazione iniziale e reclutamento non posso essere trattati separatamente e subire modifiche in tempi diversi.

In secondo luogo, andrebbe realizzato un serio intervento che renda strutturale la copertura dei posti vacanti che, di anno in anno, si vengono a generare.

Infine, una seria, reale ed efficace selezione andrebbe introdotta sin dall’avvio delle prime supplenze! Non appena un candidato si approccia ad affrontare i primi incarichi, sia esso appartenente al personale Ata o al personale docente, andrebbe attentamente seguito per accompagnarlo nelle prime esperienze didattiche ed organizzative, con il dovuto supporto di tutoraggio ed orientamento. Non è corretto né funzionale ad una seria offerta formativa, lasciar correre situazioni di difficoltà e, magari, ripetere lo stesso errore per il superamento del periodo di prova con la speranza o la promessa che la persona si trasferisca!

Un sistema scolastico che voglia funzionare deve avere tempi e modi certi per garantire l’offerta formativa proposta alle famiglie all’atto dell’iscrizione e del personale stabile che sappia quali regole del gioco conoscere e rispettare per la formazione iniziale ed il conseguente reclutamento, con un logica di verifica costante del proprio bilancio delle competenze e della propria professionalità.

I temi formazione iniziale e reclutamento si collegano, poi, al tema di fine carriera: il ruolo di tutoraggio ed orientamento potrebbe coinvolgere direttamente i lavoratori e le lavoratrici con maggiore anzianità ed esperienza, introducendo l’istituto contrattuale di una sorta di apprendistato professionalizzante accompagnato e retribuito.

Reale processo di sburocratizzazione

L’appesantimento burocratico caratterizza, purtroppo, la pubblica amministrazione e la scuola.

Riprendere in mano il progetto di riordino e semplificazione intrapreso con la riscrittura del Testo Unico delle norme della scuola potrebbe contribuire al processo di semplificazione amministrativa indispensabile in termini innovativi e non esclusivamente compilativi. E’, infatti, doveroso procedere ad un coordinamento formale e sostanziale, per ricostruire un’armonia tra i testi e per riuscire a rendere intellegibili le norme.

Lo snellimento burocratico e la smaterializzazione delle pratiche nella scuola può avvantaggiarsi della disponibilità di piattaforme digitali che evitino di appesantire le procedure amministrative: si tratta di renderle vincolanti e formare adeguatamente il personale al loro utilizzo efficiente ed efficace.

La semplificazione avrebbe, infatti, quale finalità la diminuzione della complessità e l’eliminazione di passaggi giuridici superflui: aspetto, purtroppo, mai pienamente attuato nel nostro Paese, a causa del non completamento del processo attraverso una codificazione. 

In questo senso, può diventare funzionale il progetto inserito nel Piano Nazionale Scuola Digitale relativo alla riorganizzazione dell’amministrazione pubblica e della scuola sfruttando le opportunità offerte dalle nuove tecnologie.

Esercizio pieno di autonomia di ricerca, sperimentazione e sviluppo

Tale aspetto dell’autonomia delle istituzioni scolastiche è stato troppo spesso non sfruttato. Perché non farne un mezzo privilegiato per introdurre progressivamente le riforme non calandole più dall’alto ma sfruttando il pieno coinvolgimento del personale dal basso? La ricerca e sperimentazione nella scuola sono state sacrificate nel nome dell’attuazione di riforme approvate dal Governo di turno.

Per l’anno scolastico 2020/21 si era offerta anche una opportunità molto interessante: reintrodurre progressivamente l’insegnamento di educazione civica in virtù della legge n. 92/2019. Le Linee Guida approvate nel 2020 prevedevano alcune piste di lavoro sulle quali poter intraprendere un lavoro con il coinvolgimento anche il territorio di appartenenza dell’istituzione scolastica.

I temi proposti dalle Linee Guida sono la Costituzione, l’Agenda 2030 e la cittadinanza digitale. L’approfondimento di tali tematiche avrebbe potuto offrire una interessante occasione per incontrare il contesto territoriale ed istituzionale e costruire sperimentalmente un piano territoriale dell’offerta formativa con contatti diretti con le istituzioni pubbliche, le sedi amministrative, le realtà politiche e dell’associazionismo offrendo ulteriori esperienze non formali ed informali stimolo di apprendimento sotto la regia della scuola.

Analogamente, la progressiva reintroduzione dei giudizi in funzione dei voti nella scuola primaria ha offerto un’altra interessante opportunità di esercizio dell’autonomia di ricerca e di sperimentazione per la revisione dei curriculi d’istituto e la stesura dei giudizi di valutazione.

L’autonomia di ricerca e di sperimentazione può essere la strada privilegiata per intraprendere anche azioni volte a rianimare la partecipazione interna alle istituzioni scolastiche. 

Riforma della partecipazione nella scuola

La revisione degli organi collegiali della scuola è stato ed è tema spinoso, sul quale sono vacillati anche i Governi. Il ritorno ad una partecipazione attiva e consapevole è, però, centrale per promuovere innovazione anche nei processi.

Sfruttare il rinnovo contrattuale per un piano di coinvolgimento e formazione sui benefici della partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa può offrire un’occasione unica per ritornare a far cogliere i benefici del coinvolgimento consapevole nelle scelte.

Calare tale impegno nel contesto territoriale di appartenenza oltre a rispondere alle indicazioni del Regolamento dell’Autonomia, può favorire la costruzione di una vera alleanza strategica tra scuola e comunità.

Adeguamento delle condizioni contrattuali

La condizione contrattuale, economica e normativa, del personale della scuola è in grave ritardo rispetto alle evoluzioni ed alle innovazioni necessarie.

Una revisione dell’inquadramento e della classificazione del personale in base non alla mansione ma al ruolo ricoperto è doverosa. Infatti, la mansione è una lettura superata, che guarda alla dimensione di divisione del lavoro per organizzarlo, in una dimensione di staticità. La visione che riconosce al lavoratore ed alla lavoratrice un ruolo ne riconosce il suo gioco in relazione con gli altri, non in base a mansioni ma in base a competenze, in una dimensione dinamica.

Conseguentemente, il tema dell’inquadramento professionale si riconduce ai temi indotti dall’innovazione: partecipazione e formazione.

Nel caso specifico del contratto del mondo della scuola, sarebbe giunto il momento di ragionare ad una differenziazione economica non in base al riconoscimento del merito ma in base ad una carriera professionale in seno ad una scuola autonoma che necessita, infatti, di svariate figure di sistema, da classificarsi attorno agli assi autonomia e specializzazione: con la crescita dell’autonomia si riduce proporzionalmente la prescrittività e si necessita di maggiore specializzazione.

Il profilo professionale del docente è, infatti, molto complicato e deve, pertanto, avere preparazione sociale, culturale, capacità organizzativa, conoscenza della norma, capacità didattica,…per poter lavorare in un contesto complicato dalla globalizzazione. Il contesto entro cui opera il docente necessita, pertanto, di strumenti contrattuali adeguati a far fronte al cambiamento.

Attraverso questi spunti vorrei aprire un dibattito mettendo al centro l’istruzione e la formazione ed, in particolare, il protagonismo di una scuola autonoma per costruire il futuro di un Paese.

Scuola: riforma o sperimentazione?

Cosa ha inciso sulla mancata piena attuazione dell’autonomia delle istituzioni scolastiche? Spesso, le riforme calate dall’alto, che negli ultimi quindici anni hanno bypassato il canale delle sperimentazioni per introdurre cambiamenti al sistema.

Il DPR n. 419 del 31 maggio 1974, ha introdotto nella scuola italiana la sperimentazione e la ricerca educativa, riprendendo alcune indicazioni già presenti nella legge n. 477 del 10 luglio 1973.

Nel dettaglio, la sperimentazione didattica veniva ideata e condotta dal docente, sentito il parere del consiglio di istituto e approvato dal collegio dei docenti, organi collegiali d’istituto, mentre la sperimentazione strutturale era promossa da uno dei diversi organi collegiali e autorizzata dal Ministro della pubblica istruzione.

Dagli anni settanta agli anni ottanta, il ricorso alle sperimentazioni ha prodotto effetti evidenti che hanno portato alcuni ordini di scuola ad essere oggetto di riflessioni anche in molti altri Paesi che hanno guardato all’Italia come terreno stimolante ed innovativo.

La scuola primaria, per esempio, ha sperimentato nuovi saperi e nuove tecniche didattiche per l’apprendimento e l’insegnamento, ha posto nel principio della collegialità docente una dimensione significativa della progettazione educativa e didattica, ha utilizzato classi aperte e flessibili, ha promosso l’integrazione prima e l’inclusione scolastica poi.

La scuola, allora media, oggi secondaria di primo grado, ha cercato di mettere in campo vari percorsi di sperimentazione: l’uso delle tecnologie informatiche, l’introduzione della seconda lingua straniera, il ritorno all’insegnamento del latino, l’avvio di corsi a indirizzo musicale, la scelta del tempo prolungato che integrava in un unico modello le attività sviluppatesi nel corso degli anni. 

La scuola secondaria di secondo grado è stata pienamente coinvolta in percorsi di sperimentazione a partire dai decreti delegati del 1974.

Nonostante il succedersi di iniziative sperimentali negli esempi sopracitati, dobbiamo registrare sostanziali appesantimenti burocratici ed aggravio delle condizioni di apprendimento – insegnamento.
Tra le cause che hanno determinato codesti effetti ci sono sicuramente la confusione frequentemente registrata tra processi di sperimentazione e processi di riforma: la prima è funzionale alla seconda, in realtà, frequentemente vengono erroneamente assimilate. 

Altro elemento che non ha mai favorito un funzionale ed efficace utilizzo delle sperimentazioni vi è lo scarso ricorso a monitoraggi ed analisi delle stesse, per coglierne dati utili all’analisi dei percorsi condotti e, conseguentemente, sfruttarne gli esiti per le scelte future.

A questo quadro si aggiunge l’andamento degli ultimi due decenni circa che ricorre alle riforme calate dall’alto più che a sperimentazioni “costruite” dal basso. La logica di fondo seguita non è, però, quella di un’autentica riforma che dovrebbe avviare un processo a medio o a lungo termine, con un attento monitoraggio dello stesso; in realtà, si è trattato, piuttosto, di modifiche dell’esistente a colpi di leggi, frequentemente in opposizione con il Governo precedente e, non in pochi casi, con tempi talmente ristretti da non poter neppure cogliere gli effetti dell’azione messa in campo.

Sono, invece, un esempio di sperimentazione dal basso processi a medio ed a lungo termine che hanno visto il pieno coinvolgimento del personale per un protagonismo ed un coinvolgimento diretto ed attivo del personale della scuola. Un esempio significativo è stata la progressiva introduzione della riforma della scuola elementare con l’introduzione dei moduli e del team dei docenti: il necessario ed inevitabile confronto in seno agli organismi collegiali istituiti con la legge n. 148/90 ha coinvolto direttamente il personale apportandone un notevole contributo all’attuazione della riforma.

Per anni il fare ricerca, anche informale, nella scuola è stato terreno fertile di sperimentazione, in quanto la ricerca scientifica ha sempre trovato senso rispondendo ad un bisogno di realtà. 

Ne sono un esempio significativo, nel campo della scuola elementare e della scuola dell’infanzia, le sperimentazioni di Maria Montessori e delle sorelle Rosa e Carolina Agazzi che posero al centro del loro pensiero pedagogico l’osservazione costante della prassi didattica quotidiana.

Purtroppo, negli ultimi due decenni tra mondo della ricerca e mondo della scuola si è faticato a costruire un ponte, privando le due realtà di un’opportunità di ricchezza reciproca, perdendo per la scuola l’opportunità di un sopporto scientifico rigoroso per documentare il proprio lavoro.

Essendo l’educazione una pratica, un agire intenzionato, che necessita di ripetute analisi delle situazioni, di ricerca costante di soluzioni, di valutazione e di monitoraggio per ridefinire efficacemente le scelte, ci si confronta costantemente con questioni che potremmo definire aperte, in evoluzione.

Quale migliore opportunità se non incrociare il mondo della ricerca che può aiutare nell’analizzare e nel riflettere su tali domande?

Se confrontiamo la professione docente con altre professionalità, come architetti, medici, avvocati,…si registra una tendenza a non documentare scientificamente il significativo ed impegnativo lavoro quotidianamente svolto, perdendone e non capitalizzandone l’enorme capitale di esperienza.

Il mondo della scuola ha, pertanto, bisogno di ricerca in questo senso, in quanto l’attività di ricerca è a servizio di problemi viventi, per concentrarsi sul loro manifestarsi ed essendo l’educazione una pratica che necessita di risposte può trovare nel supporto della ricerca risposte al bisogno di conoscenza e di sensatezza.

Tornare ad avere opportunità di ricucire il binomio fare ricerca e fare scuola fornirebbe un contributo interessante anche alle scelte politiche per investigare il quotidiano fare scuola, per proporre riforme che partano dal basso, che coinvolgano i protagonisti del vissuto educativo e pedagogico, veramente funzionali alle istituzioni scolastiche ed alle finalità delle stesse, evitando quella stratificazione normativa che burocratizza ed appesantisce l’attività didattica ed organizzativa.    

Riforme scuola che l’hanno cambiata negli ultimi 20 anni

Le riforme degli ordinamenti hanno avuto indubbiamente un ruolo, soprattutto a causa dei tempi diversi di attuazione delle riforme. I vari ordini di scuola sono, infatti, stati coinvolti o travolti in modi e tempi diversi, senza riuscire a raggiungere un disegno complessivo. Tali circostanze condizionano la riuscita di una piena autonomia, soprattutto quando le regole sono calate dall’alto o, coma la recente Buona Scuola, con fretta, con improvvisazione e senza il reale coinvolgimento di chi è attore della scuola.

Cerchiamo di ripercorrere velocemente le principali tappe di tali interventi.

Dopo la stagione riformatrice dei decreti delegati del 1974, la politica delle grandi riforme conosce una fase di ristagno fino circa agli anni 2000.

Ministro Luigi Berlinguer dal 1996 al 2000

Il Ministro Berlinguer, alla guida dell’Istruzione dal 1996 al 2000, tenta di marcare una discontinuità con la politica degli interventi spezzettati e parziali dei governi precedenti. Pertanto, progetta una riforma dell’intero sistema di istruzione, attuata attraverso la “strategia del mosaico” composta da un insieme organico di interventi normativi capaci di delineare un nuovo percorso di studi che vada dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di secondo grado alla formazione post-diploma, all’educazione degli adulti, all’università.

Nello specifico, la Legge Quadro in materia di riordino dei cicli dell’istruzione, legge n, 30/2000, del ministro Luigi Berlinguer mira al riordino dei cicli di istruzione, riorganizzando l’intero ordinamento scolastico secondo una logica di sistema.

Le riforme avviate, poi, da metà anni Novanta si sono basate sul concetto di autonomia e sull’apertura della scuola al tessuto culturale del territorio e del mondo, per superare la rigidità che da decenni ha caratterizzato il sistema scolastico italiano.

Infatti, attraverso la Riforma Bassanini, legge n. 59/1997 e Legge n, 127/1997, si è avviato un processo innovativo, con delega di funzioni alle Regioni, accorpamento degli uffici, snellimento delle procedure, controllo delle funzioni e non degli atti, ampliamento dell’apertura al territorio.

Nella scuola tale riforma ha trovato espressione attraverso il Regolamento dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, il DPR n. 275/1999, che ha comportato il riconoscimento dell’autonomia funzionale alle scuole, contestualizzate nel territorio e dotate di autonomia didattica, organizzativa, di ricerca, sperimentazione e di sviluppo.

La legge n. 9/1999 è intervenuta sul tema obbligo di istruzione, elevandolo da 8 a 10 anni e prevedendo che, durante l’ultimo anno dell’obbligo, andassero promosse iniziative formative sui principali temi della cultura contemporanea. Sono state, inoltre, potenziate le azioni di orientamento in vista del proseguimento degli studi e/o dell’inserimento nella formazione professionale. 

La legge n. 9/1999 è stata, poi, abrogata dalla legge delega n. 53/2003.

L’obbligo formativo risulta assolto entro i 18 anni. L’art. 68 della legge n. 144/1999 prevede obbligo di frequenza di attività formative sino al compimento del 18° anno di età, con la possibilità di assolvimento nel sistema di istruzione scolastica, nel sistema della formazione professionale delle Regioni, nell’esercizio dell’apprendistato, fino al conseguimento di un diploma secondario o una qualifica.

Ministro Letizia Moratti dal 2001 al 2006

La XIV Legislatura affida il Ministero della Pubblica Istruzione a Letizia Moratti dal 2001 al 2006, che per la scuola auspica un asse formativo facente perno sulle tre “i”: Inglese, Impresa e Informatica.

In questi anni, matura, però, la riflessione sulla stesura della Indicazioni nazionali per i piani personalizzati, in una prima versione nel 2004, poi rivista nel 2007, nel 2012 e centrata su Cittadinanza e Costituzione nel 2018. 

Altro incisivo intervento è stata la legge delega del 2003 attraverso cui il Ministro Moratti ripresenta il suo progetto di riforma degli ordinamenti scolastici, ma sotto forma di legge delega.

Viene così approvata la legge n. 53/2003 i cui decreti e regolamenti attuativi hanno riguardato le norme generali sull’istruzione e sui livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e di formazione professionale, l’istituzione di un unico sistema educativo di istruzione e formazione, la valutazione degli apprendimenti e della qualità del sistema educativo, l’alternanza scuola-lavoro.

In conseguenza di tale impostazione la legge n. 53/2003 ha sancito che il diritto all’istruzione avrebbe potuto essere attuato, una volta ultimata la scuola media, anche presso il sistema dell’istruzione e formazione professionale garantito dalle Regioni, a differenza di quanto stabilito dalla riforma Berlinguer per la quale l’obbligo scolastico era assolvibile solo nel sistema scolastico.
Sono gli anni in cui si passa dall’ “obbligo scolastico” al “diritto dovere all’istruzione e alla formazione”.

Ministro Giuseppe Fioroni dal 2006 al 2008

Al Ministro Moratti succede Giuseppe Fioroni, in carica dal 2006 al 2008, che cerca di smontare “con il metodo del cacciavite” quelle disposizioni che hanno frenato o ostacolato i processi di trasformazione della scuola e promuovere quei processi che abbiano come traguardo una maggiore efficienza ed equità.

Nelle misure della Finanziaria 2007, la legge n. 296/2006, ripartendo dalla legge di Berlinguer cancellata dalla Moratti, ha portato l’obbligo scolastico a 16 anni come compito dell’istruzione.
Inoltre, si è investito un forte impegno per personalizzare i piani di studio, ridurre le responsabilità delle Regioni sull’istruzione professionale, promuovere una didattica allineata alle direttive dell’Unione Europea basata sulle competenze chiave di cittadinanza.
I provvedimenti che scaturiti sono stati i seguenti:

  • D.M. n. 4018/2006, sospensione del nuovo ordinamento della scuola secondaria superiore introdotto dalla Moratti;
  • Legge n. 1/2007, modifica delle norme sullo svolgimento degli esami di Stato, con un irrigidimento che prevede la non ammissione degli studenti con debiti formativi nel triennio non saldati ed il ritorno delle commissioni miste;
  • Legge n. 40/2007, riordino degli Istituti tecnici e professionali;
  • D.M. 2007, Indicazioni per il curricolo per la scuola dell’infanzia e per il primo ciclo d’istruzione.
  • Legge n. 296/2006, trasformazione delle graduatorie provinciali permanenti in Graduatorie ad Esaurimento (GAE) con lo scopo di risolvere definitivamente il problema del precariato.

Ministro Maria Stella Gelmini dal 2008 al 2011

Dal 2008 al 2011, altro tentativo di riforma della scuola è stato portato avanti dal Ministro Maria Stella Gelmini, con il prioritario impegno a contenere i costi con conseguenti interventi di taglio al bilancio del ministero.

Dei suoi interventi rimangono in vigore l’insegnante prevalente, la possibilità di scelta da parte delle famiglie di diverse proposte orarie di funzionamento della scuola d’infanzia e primaria. Il d.l n. 137/2008, Disposizioni urgenti in materia di istruzione e università, convertito nella legge n. 169/2008, ha previsto il ritorno del voto di condotta nelle scuole secondarie di primo e secondo grado, il sistema decimale per valutare i risultati scolastici degli alunni della scuola primaria, abrogato a suo tempo con la legge n. 517/1977.

Il pesante ed incisivo intervento di tale ministero è ricordato, purtroppo, per i tanti tagli introdotti in collaborazione con il Ministero Tremonti che ha portato ad una riduzione consistente di risorse nei settori di istruzione e formazione ed a una riduzione significativa degli organici del personale docente e ata.

Accanto a tali azioni di razionalizzazione indiscriminata, va richiamata anche la riforma della pubblica amministrazione portata avanti dal Ministro Brunetta, che ha inciso anche nella scuola su alcuni temi in particolare: lotta all’assenteismo, provvedimenti disciplinari, meritocrazia.

In realtà, la propaganda sostenuta dal Ministro Brunetta contro i cosiddetti fannulloni, oltre ad essere fortemente lesiva della dignità dei lavoratori della scuola, non ha risolto i reali problemi presenti nella pubblica amministrazione e della scuola.

Ministro Francesco Profumo dal 2011 al 2013

Dal 2011 al 2013 il Ministro Francesco Profumo ha proseguito in una vasta operazione di razionalizzazione del sistema di istruzione, con tagli sul personale scolastico, riduzione del numero delle cattedre, dimensionando del tempo scuola, eliminazione delle sperimentazioni che si sono andate accumulando nel tempo in numero abnorme. 

Ministro Maria Chiara Carrozza dal 2013 al 2014

Una meteora può essere definito il mandato del Ministro Maria Chiara Carrozza, dal 2013 al 2014 che, però, ha introdotto significativi interventi sulla definizione di un organico maggiormente stabile per il sostegno.

Di questo periodo è anche la nascita del Sistema Nazionale di Valutazione attraverso l’approvazione del DPR n. 80/2013.

Ministro Stefania Giannini dal 2014 al 2016

Velocemente succeduta da Stefania Giannini, in carica dal 2014 al 2016, che con il Governo Renzi ha dato il via alla cosiddetta Buona Scuola.

Della stessa sono ancora in vigore l’alternanza scuola lavoro, ridefinita nelle ore e ribattezzata “percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento” (PCTO), la card del docente finalizzata alla formazione del personale, i decreti attuativi molti dei quali necessitano di un ulteriore decretazione secondaria per la loro piena attuazione.

Cantiere sempre aperto?!

Negli anni successivi abbiamo, poi, una serie di interventi volti a rivedere e sistemare la cosiddetta Buona scuola ed i relativi decreti attuativi senza pianificare un ennesima riforma complessiva.

Il Ministro Bianchi, insediatosi a Maggio del 2021, nel proprio piano programmatico ha anticipato l’intenzione di pianificare interventi di riforma su alcuni temi in particolare: formazione iniziale e reclutamento del personale, revisione degli organi collegiali.

Seguiamo gli sviluppi di queste proposte per ora solo nelle intenzioni.

La burocrazia nella scuola

La Costituzione definisce che i principi cui deve ispirarsi l’amministrazione pubblica sono i seguenti:

  • Legalità,
  • Buon andamento,
  • Imparzialità,
  • Ragionevolezza,
  • Pubblicità e trasparenza.

Alla luce di codesti principi, l’amministrazione pubblica dovrebbe operare nel rispetto dei criteri, delle modalità e del limite di esercizio di poteri individuati dal legislatore e finalizzare la propria azione alla valorizzazione della legalità in senso sostanziale, per meglio presidiare la dialettica autorità – libertà.

Con il principio del buon andamento si richiamano una serie di parametri cui l’amministrazione pubblica deve uniformare l’attività: economicità, efficacia, efficienza. L’amministrazione pubblica deve, infatti, ottimizzare i risultati in relazione ai mezzi a disposizione, impegnarsi per perseguire gli obiettivi prefissatisi, investire adeguatamente le risorse per gli obiettivi da conseguire.

Il principio di imparzialità riguarda in particolare l’attività amministrativa ed impone un’equidistanza rispetto ai soggetti con cui la stessa entra in contatto, l’obbligo di ponderare tutti gli interessi coinvolti, in modo da vietare favoritismi ed astenersi da comportamenti che possano compromettere una corretta valutazione.

In linea con tale principio è quello di ragionevolezza che impone una razionalità operativa nello svolgimento dell’azione, per evitare arbitrarietà nelle decisioni, bensì corrispondenza tra azione e fini ispiratori, coerenza nelle decisioni e con i presupposti assunti, logicità e proporzionalità dei mezzi rispetto ai fini.

Infine, con la pubblicità e la trasparenza, la Costituzione ha inteso richiamare l’amministrazione pubblica alla visibilità e pubblicità dell’azione amministrativa, in modo da poterla controllare anche dall’esterno. Questo consente anche ai cittadini di accedere ai documenti amministrativi, di vedere motivati gli atti amministrativi e gli istituti di partecipazione al processo amministrativo. La nozione di trasparenza è stata oggetto di una certa significativa evoluzione nel corso degli anni, dalla legge n. 241 del 1990, passando attraverso il d.lgs. n. 150 del 2009, alla legge n. 190 del 2012, per arrivare al decreto n. 33 del 2003 che introduce l’istituto dell’accesso civico, rivedendo l’impostazione da un bisogno di conoscere ad un diritto di conoscere, che quindi impone all’amministrazione pubblica la pubblicazione di determinate informazioni sui propri siti web e di rispondere alle istanze di conoscenza avanzate dagli interessati.

In particolare dal principio di buon andamento possiamo far discendere i processi di semplificazione più volte messi in campo e rivisti, volti a raggiungere le finalità pubbliche attraverso percorsi che risparmino l’attività amministrativa e non la complichino. Purtroppo, gli svariati tentativi di snellimento dell’apparato burocratico pubblico hanno sempre faticato a decollare e la scuola ne è, purtroppo, un esempio concreto.

La gestione amministrativa ed organizzativa della scuola è pesante e le procedure utilizzate sono ridondanti, tanto da complicare inutilmente ogni azione con l’eccessiva richiesta di documenti e autocertificazioni già in possesso dell’amministrazione medesima e desumibili dalle piattaforme in uso alle segreterie come il sistema Sidi. 

Nel corso degli anni, i tentativi di snellire la macchina burocratica della pubblica amministrazione hanno messo in cantiere diversi strumenti utili: la conferenza dei servizi, gli accordi tra amministrazioni pubbliche finalizzate a realizzare iniziative di interesse pubblico, lo strumento del cosiddetto silenzio devolutivo, l’autocertificazione sostitutiva dei certificati della medesima amministrazione pubblica, il silenzio assenso, i supporti informatici specifici per il settore scuola come istanze on line e sidi,…

Tuttavia, il peso della burocrazia nell’amministrazione pubblica e nella scuola rimane uno degli ostacoli al loro buon funzionamento, in contrasto con quanto prescritto dalla Costituzione, come precedentemente analizzato. Un’autentica semplificazione potrebbe consistere nel non dover più dichiarare le medesime situazioni contrattuali personali in ogni fase della carriera, dall’ingresso nelle graduatorie per le supplenze alla domanda per l’uscita pensionistica. Grazie al supporto informatico della piattaforma Sidi, basterebbe semplicemente aggiornare le situazioni nuove o modificate: questo consentirebbe un notevole snellimento del lavoro delle segreterie, delle operazione amministrative ed organizzative delle scuole e del personale, una notevole riduzione dei contenziosi ed una riduzione del rischio di errore.

Le pratiche gestite dalla e con la scuola sono tutt’altro che semplificate e dematerializzate. La stessa autocertificazione funzionale alla presentazione di alcune procedure come la mobilità, l’aggiornamento delle graduatorie,… è ridondante e carica di documentazione a supporto di quanto dichiarato. Perché non sostituire queste complicate dichiarazione con un’unica snella autocertificazione supportata solo da indicazioni precise che mettano in condizione l’amministrazione di verificarne la veridicità e fondatezza? Anziché dover, ad esempio, completare la domanda di trasferimento ed accompagnare la stessa con documenti di autocertificazione che attestino quanto dichiarato nella domanda, basterebbe considerare la stessa come autocertificazione e richiesta, indirizzando alla verifica sul supporto sidi e sullo stato matricolare del personale le condizioni dichiarate.

Anziché, in occasione della riapertura delle graduatorie, prescrivere la ridichiarazione di tutti i servizi prestati nella propria carriera, non basterebbe aggiornare solo gli anni di distanza dall’ultima riapertura? 

La natura e lo scopo con cui è stata introdotta l’autocertificazione è, infatti, quella di sostituire i certificati senza la necessità di presentare la documentazione a supporto. La pubblica amministrazione ha l’obbligo di accettare l’autocertificazione, riservandosi la possibilità di controllo e verifica in caso di sussistenza di ragionevoli dubbi sulla veridicità del loro contenuto.

Sfruttarne pienamente le potenzialità sarebbe sicuramente un grande passo in avanti.

Lo strumento della conferenza di servizio che abbiamo visto essere stato introdotto con il processo di decentramento necessiterebbe di procedure più rapide e più snelle per evitare il dilungarsi dei tempi decisionali e rendere efficienti i momenti di confronto tra scuole, amministrazione scolastica e forze sociali.

Nel caso specifico del settore scuola l’eccessiva burocrazia ha rallentato e, spesso, ostacolato l’esercizio pieno dell’autonomia funzionale, indispensabile a riconoscere il ruolo della scuola nel territorio di appartenenza. Ora non è più rinviabile un reale, esigibile ed efficace percorso di semplificazione che permetta anche di risparmiare tempo, risorse ed evitare errori e contenziosi.

Riforme scuola e mancata attuazione dell’autonomia scolastica

Il DPR n. 419 del 31 maggio 1974, ha introdotto nella scuola italiana la sperimentazione e la ricerca educativa, riprendendo alcune indicazioni già presenti nella legge n. 477 del 10 luglio 1973.
Nel dettaglio, la sperimentazione didattica veniva ideata e condotta dal docente, sentito il parere del consiglio di istituto ed ottenuta l’approvazione del collegio dei docenti, mentre la sperimentazione strutturale era promossa da uno dei diversi organi collegiali e autorizzata dal Ministro della Pubblica Istruzione.
Dagli anni settanta agli anni ottanta, il ricorso alle sperimentazioni ha prodotto effetti evidenti che hanno portato alcuni ordini di scuola ad essere oggetto di riflessioni anche in molti altri Paesi che hanno guardato all’Italia come terreno stimolante ed innovativo.

La scuola primaria, per esempio, ha sperimentato nuovi saperi e nuove tecniche di didattiche per l’apprendimento e l’insegnamento, ha posto nel principio della collegialità docente una dimensione significativa della progettazione educativa e didattica, ha utilizzato classi aperte e flessibili, ha promosso l’integrazione prima e l’inclusione poi.

La scuola, allora media, oggi secondaria di primo grado, ha cercato di mettere in campo vari percorsi di sperimentazione: l’uso delle tecnologie informatiche, l’introduzione della seconda lingua straniera, il ritorno all’insegnamento del latino, l’avvio di corsi a indirizzo musicale, la scelta del tempo prolungato che integrava in un unico modello le attività sviluppatesi nel corso degli anni.

La scuola secondaria di secondo grado è stata pienamente coinvolta in percorsi di sperimentazione a partire dai decreti delegati del 1974.

Nonostante il succedersi di iniziative sperimentali negli esempi sopracitati, dobbiamo registrare in alcuni ordini di scuola sostanziali appesantimenti burocratici ed aggravio delle condizioni di apprendimento – insegnamento. Tra le cause che hanno determinato codesti effetti ci sono sicuramente la confusione frequentemente registrata tra processi di sperimentazione e processi di riforma: la prima è funzionale alla seconda, in realtà, frequentemente vengono erroneamente assimilate.

Altro elemento che non ha mai favorito un funzionale ed efficace utilizzo delle sperimentazioni è lo scarso ricorso a monitoraggi ed analisi delle stesse, per coglierne dati utili all’analisi dei percorsi condotti e, conseguentemente, sfruttarne gli esiti per le scelte future.

A questo quadro si aggiunge l’andamento degli ultimi due decenni circa che ricorre alle riforme calate dall’alto più che a sperimentazioni “costruite” dal basso. La logica di fondo seguita non è, però, quella di un’autentica riforma che dovrebbe avviare un processo a medio o a lungo termine, con un attento monitoraggio dello stesso; in realtà, si è trattato, piuttosto, di modifiche dell’esistente a colpi di leggi, frequentemente in opposizione con il Governo precedente e, non in pochi casi, con tempi talmente ristretti da non poter neppure cogliere gli effetti dell’azione messa in campo.

Sono, invece, un esempio di sperimentazione dal basso processi a medio ed a lungo termine che hanno visto il pieno coinvolgimento del personale per un protagonismo ed un coinvolgimento diretto ed attivo del personale della scuola. Un esempio significativo è stata la progressiva introduzione della riforma della scuola elementare con l’introduzione dei moduli e del team dei docenti: il necessario ed inevitabile confronto in seno agli organismi collegiali istituiti con la legge n. 148/90 ha coinvolto direttamente il personale apportandone un notevole contributo all’attuazione della riforma.

Per anni il fare ricerca, anche informale, nella scuola è stato terreno fertile di sperimentazione, in quanto la ricerca scientifica ha sempre trovato senso rispondendo ad un bisogno di realtà.
Ne sono un esempio significativo, nel campo della scuola elementare e della scuola dell’infanzia, le sperimentazioni di Maria Montessori e delle sorelle Rosa e Carolina Agazzi che posero al centro del loro pensiero pedagogico l’osservazione costante della prassi didattica quotidiana.

Purtroppo, negli ultimi due decenni tra mondo della ricerca e mondo della scuola si è faticato a costruire un ponte, privando le due realtà di un’opportunità di ricchezza reciproca, perdendo per la scuola l’opportunità di un sopporto scientifico rigoroso per documentare il proprio lavoro.

Essendo l’educazione una pratica, un agire intenzionato, che necessita di ripetute analisi delle situazioni, di ricerca costante di soluzioni, di valutazione e di monitoraggio per ridefinire efficacemente le scelte, ci si confronta costantemente con questioni che potremmo definire aperte, in evoluzione.
Quale migliore opportunità se non incrociare il mondo della ricerca che può aiutare nell’analizzare e nel riflettere su tali domande?

Se confrontiamo la professione docente con altre professionalità, come architetti, medici, avvocati,…si registra una tendenza a non documentare scientificamente il significativo ed impegnativo lavoro quotidianamente svolto, perdendone e non capitalizzandone l’enorme quantità di esperienza.

Il mondo della scuola ha, pertanto, bisogno di ricerca in questo senso, in quanto l’attività di ricerca è a servizio di problemi viventi, per concentrarsi sul loro manifestarsi ed essendo l’educazione una pratica che necessita di risposte può trovare nel supporto della ricerca risposte al bisogno di conoscenza e di sensatezza.

Tornare ad avere opportunità di ricucire il binomio fare ricerca e fare scuola fornirebbe un contributo interessante anche alle scelte politiche per investigare il quotidiano fare scuola, per proporre riforme che partano dal basso, che coinvolgano i protagonisti del vissuto educativo e pedagogico.

L’autonomia scolastica funziona?

Vi siete mai chiesti se la vostra istituzione scolastica può organizzare delle attività in modo diverso rispetto ad una scuola vicina? Per riuscire ad organizzare la propria istituzione scolastica in modo del tutto singolare rispetto anche ad altre istituzioni scolastiche è indispensabile riconoscerne un’autonomia.

In cosa consiste questa autonomia? 

Come si esercita? 

Ha dei vincoli o è un’autonomia assoluta?

Il tema dell’autonomia delle istituzioni scolastiche è ritornato al centro del dibattito nei mesi della pandemia Covid 19, soprattutto a seguito delle scelte che hanno accompagnato la gestione della scuola in tale grave situazione. Infatti, ad ogni scuola è stato chiesto di organizzarsi in modo da rispondere alle esigenze del contesto e delle persone che la vivono e fanno. Per riuscirvi, ogni scuola deve vedere riconosciuta un’autonomia di scelta e di organizzazione. Effettivamente ogni istituzione scolastica ha acquisito un’autonomia definita funzionale attraverso il DPR n. 275 del 1999, discendente dall’art. 21 della legge n. 59 del 1997, la cosiddetta Riforma Bassanini. 

Il regolamento dell’Autonomia delle istituzioni scolastiche (DPR n. 275) ha permesso ad ogni scuola di organizzarsi in modo singolare ed autonomo da più punti di vista: didattico, organizzativo, di ricerca, sperimentazione e sviluppo. Tale autonomia ha già compiuto vent’ anni ma per chi vive quotidianamente la scuola viene da chiedersi se tale autonomia sia reale, funzionale a fare scelte calate nel contesto o se i vincoli provenienti dall’esterno o dall’alto imbrigliano l’esercizio pieno dell’autonomia.

Cosa non abbia favorito quel processo avviato vent’anni fa di riconoscimento e di esercizio dell’autonomia di ogni scuola? in cosa consisteva vent’anni fa questo processo? In quale ambito è stato inserito? Perché si è voluto introdurre questa dimensione che calasse ogni scuola all’interno del territorio?…

Su queste e tante altre domande inerenti l’esercizio dell’autonomia scolastica ho l’intenzione di cercare delle risposte e trovare dei riferimenti utili: hanno inciso in senso negativo le riforme calate dall’alto, i tagli lineari, l’eccessiva burocrazia, il blocco della contrattazione, l’elevato numero di precari,…. 

È importante e non più rinviabile suscitare un dibattito sull’esercizio dell’autonomia scolastica perché lo strumento può autenticamente consentire ad ogni scuola di organizzarsi per rispondere alle esigenze del territorio, del contesto di appartenenza. Per riuscirvi bisogna, però, dapprima, rendere autentico ed esigibile l’esercizio di tale autonomia, cercando soluzioni ai problemi sopra esposti.

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