MARCO CORTI
Digital Strategist

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Competenza alfabetica funzionale

Questa competenza consiste nella capacità di individuare, comprendere, creare, esprimere e interpretare, in forma scritta in forma orale, concetti, sentimenti, fatti, stati d’animo. Tale competenza è di fondamentale importanza perché premessa per gli apprendimenti successivi e per qualsiasi interazione sociale. 

Come ogni competenza, la stessa si articola in conoscenze, abilità e atteggiamenti. 

Le conoscenze previste per tale competenza sono la conoscenza del vocabolario, la conoscenza della grammatica funzionale, delle funzioni del linguaggio e di tutte quelle tipologie di interazione che caratterizzano il dialogo e la comunicazione e infine distinguere il registro del linguaggio. 

Per quanto riguarda, invece, le abilità è richiesta la capacità di comunicare in forma scritta, in forma orale, adattando la comunicazione a seconda dei contesti, sapendo utilizzare fonti diverse di fronte alle svariate situazioni. 

Infine, tra gli atteggiamenti vi è il saper affrontare qualsiasi situazione attraverso pensiero critico, valutazione delle informazioni, dialogo critico e costruttivo, in modo da cogliere quale sia l’impatto del linguaggio sull’interazione con le persone e con gli altri e, infine, utilizzare il linguaggio in maniera positiva e responsabile.

Le 8 competenze chiave per l’apprendimento permanente.

Il Consiglio dell’Unione Europea nel 2006 e, successivamente, nel 2018, ha sostenuto la necessità di acquisire conoscenze, abilità e competenze indispensabili per affrontare la complessità del mondo contemporaneo.

8 competenze chiave

Competenze chiave e soft skills

Le soft skills sono quegli atteggiamenti e comportamenti che consentono ad una persona di riuscire a relazionarsi con il mondo, con gli altri e saper affrontare tutte le situazioni, soprattutto, considerando le variabili di cambiamento e gli imprevisti. 

Per fare in modo di valorizzare queste competenze è fondamentale, però, saper riconoscere anche tutte le forme di apprendimento che possono avvenire: apprendimento formale, informale, non formale. In questo modo, si guarda a tutti i contesti che possono favorire un apprendimento: il contesto lavorativo, il contesto scolastico ed extrascolastico o il tempo libero. 

Il Consiglio dell’UE elenca le seguenti soft skills:

  • autonomia, fiducia in se stessi, resistenza allo stress, 
  • capacità di pianificare ed organizzare, 
  • costanza di apprendere in maniera continuativa, 
  • capacità di saper raggiungere gli obiettivi, 
  • capacità di saper gestire le informazioni, 
  • essere intraprendente e avere spirito di iniziativa, 
  • capacità comunicativa, 
  • capacità di problem solving, 
  • saper lavorare in gruppo, 
  • capacità di leadership. 

Questa serie di cosiddette abilità e competenze per la vita sono indispensabili per sapere affrontare qualsiasi situazione quotidiana cui si è messi di fronte, in ambito di studio, nel tempo libero o nel contesto lavorativo. Infatti, le competenze hanno proprio l’obiettivo di fare in modo di saper affrontare qualsiasi situazione, anche imprevedibile possa essere incontrata. Conseguentemente, le scelte didattiche attente alle competenze devono cercare di proporre delle attività che consentano agli studenti e alle studentesse di cimentarsi in esperienze che stimolino un apprendimento situato.

Competenze chiave per l’apprendimento permanente

Il Consiglio dell’Unione Europea nel 2006 e, successivamente, nel 2018, ha sostenuto la necessità di acquisire conoscenze, abilità e competenze indispensabili per affrontare la complessità del mondo contemporaneo. In particolare, ha sottolineato come l’interconnessione tra queste diverse conoscenze abilità, atteggiamenti e competenze sia indispensabile per favorire l’apprendimento in tutto l’arco temporale della propria vita, dall’infanzia fino all’inserimento nel mondo lavorativo. Il Consiglio dell’Unione Europea ha elaborato una prima sintesi di queste otto competenze chiave, che, successivamente, nel 2018 sono state riviste. 

La competenza si può definire la capacità di utilizzare il proprio sapere, le conoscenze, il proprio sapere fare, abilità ed il proprio saper essere, atteggiamenti, per affrontare situazioni nuove ed impreviste. 

Nella versione attuale, le otto competenze chiave per l’apprendimento permanente sono le seguenti:

  1. competenza alfabetica funzionale,
  2. competenza multilinguistica,
  3. competenza in matematica, scienze, tecnologia e ingegneria,
  4. competenza digitale,
  5. competenza personale, sociale e capacità di imparare ad imparare,
  6. competenza in materia di cittadinanza,
  7. competenza imprenditoriale,
  8. competenza in materia di consapevolezza ed espressione culturali.

Educare atteggiamenti per far maturare competenze

Proseguendo sull’approfondimento delle Disposizioni della mente di Costa e Kallich, analizziamo le singole disposizioni che le persone mettono in atto quando si trovano di fronte a problemi o a difficoltà da affrontare.
Come hanno precisato gli autori, la ricerca sulle disposizioni è in continuo sviluppo: dalle dodici iniziali del 1991, ora siamo a 16.
Approfondiremo queste ultime.

Persistere

Quando le persone esprimono tale disposizione rimangono concentrati sul compito fino alla completa realizzazione dello stesso.
Affrontare una situazione impegnativa può voler dire anche tentare strade diverse per realizzare l’impegno assunto. In questo caso, persistere significa tentare percorsi diversi e riprogettare la propria attività pur di riuscire a raggiungere l’obiettivo prefissato.
L’impegno come insegnati o educatori sta proprio nel sostenere gli/le studenti /esse che si arrendono facilmente per mancanza di fiducia in sé stessi, per la paura di sbagliare, per la difficoltà a concentrarsi,…
L’impegno sta proprio nell’aiutare tali ragazzi/e nello sperimentare e, conseguentemente, maturare la capacità di resistere, provare e riprovare, senza arrendersi.

Gestire l’impulsività

La riflessione che accompagna le scelte e l’azione è primo segnale evidente della capacità di gestire l’impulsività.
Significa saper valutare attentamente punti di forza e di debolezza nelle diverse situazioni che ci chiamano ad una scelta e, conseguentemente, le opportunità ed i rischi.
Con gli/le alunni/le l’ impegno è rivolto ad aiutare nell’andare più in profondità nelle considerazioni, senza fermarsi ad una semplice riflessione in superficie.
È tipico anche dell’era del digitale, fermarsi alla prima notizia ricevuta, spesso, diffondendo in maniera virale. Gestire l’impulsività’ vuol dire, ad esempio, approfondire la notizia, analizzandola da diverse prospettive, per andarvi a fondo e non semplicemente diffonderla in maniera acritica.
Un semplice e veloce retweet o like consegna una nostra traccia nella rete: per questo è importante farlo in maniera consapevole e riflessiva.

Ascoltare gli altri con comprensione ed empatia

Come vi siete sentiti di fronte ad una persona che, parlandovi, sa parafrasare quanto le avete espresso e esprimerlo in maniera chiara? L’impressione che trasmette è che vi abbia dedicato attenzione, sforzandosi per comprendere il vostro punto di vista.
Non è sicuramente facile riuscire ad esercitare tale disposizione, soprattutto per la difficoltà diffusa a sviluppare silenzio per predisporre all’ascolto.
Come docenti abbiamo la grande opportunità di sperimentare con gli/le studenti /esse la consapevolezza del silenzio, la dimostrazione di cosa significhi ascoltare e non solo sentire, la ricchezza di saper accogliere punti di vista diversi dal proprio.

Pensare in maniera flessibile

Il dizionario descrive la “flessibilità” come la facilità ad assumere una configurazione curvilinea o ad angolo; in senso figurato, può essere definita adattabilità o adattabilità.
Le persone che hanno esercitato tale disposizione sono i grado di affrontare una questione da punti di vista diversi ed opposti, sanno affrontare il cambiamento e gestirne l’inevitabile stress.
Pensare in maniera flessibile significa anche possedere una notevole capacità di controllo per gestire con calma il cambiamento.
Quante volte, in una classe, ci si scontra con la tendenza di qualche studente /essa, che difficilmente accetta il cambiamento e, soprattutto, il confronto con punti di vista diversi dal proprio?
Lo sforzo sta proprio nell’accompagnare alla maturazione di tale capacità, ponendo gli/le studenti/esse di fronte a situazioni nuove e diverse, alla conversazione per confrontare prospettive di analisi di una questione,…

Pensare sul pensare

Definita metacognizione, identifica la capacità di riflettere sul proprio operato, sia esso sotto forma di azione o di processo mentale.
I processi di riflessione sulla riflessione che ne derivano prevedono azioni di prevenzione, di pianificazione, di monitoraggio e di valutazione.
Sapersi porre delle domande sui processi messi in atto e sui risultati raggiunti ha, inoltre, ricaduta sull’interiorizzazione, sul mantenimento nel tempo e sulla generalizzazione in situazioni nuove.
Pertanto educare gli/le alunni /e a utilizzare strategie metacognitive li abitua ad attivare processi di autoregolazione di fronte a situazioni e problemi.

Impegnarsi per l’accuratezza

Potremmo sintetizzare tale disposizione con la frase lavorare a regola d’arte, cioè mettere in atto precisione, accuratezza, ricerca, precisione, miglioramento continuo.
Frequentemente, la frenesia dell’epoca contemporanea e la velocità di cambiamento dell’era del digitale, inducono atteggiamenti opposti per rimanere al passo con i tempi.
Spesso, infatti, il rimanere in superficie, l’impulsività della risposta, la fretta di carpire il momento, spingono proprio a trascurare l’accuratezza.
In realtà l’era del digitale e dell’industria 4.0 richiedono proprio il possesso e l’esercizio di tale disposizione. Ne sono un esempio le competenze richieste: le capacità comunicative e relazionali definite da Goleman con il termine Intelligenza Sociale; il pensiero adattivo; la transdisciplinarità; saper collaborare in ambienti virtuali; la capacità di gestire il carico cognitivo; il gusto di condividere come contaminazione di idee;…
Saper mettere in atto tali diversi processi è sintomo di saper lavorare con precisione ed approfondimento.

Fare domande e porre problemi

Quando è naturale porsi domande? È un atteggiamento che si attiva di fronte ai problemi, alle difficoltà, agli ostacoli, per riorganizzarsi e farvi fronte.
Ebbene, è importante far tesoro di questa strategia per trasformarla in un habitus da mettere in atto sempre, a prescindere dal trovarsi di fronte ad un ostacolo.
Interrogarsi sui processi messi in atto, sui punti di vista diversi dal proprio, sulle piste diverse per raggiungere il medesimo obiettivo, contribuisce a stimolare meta riflessione, pensiero divergente, creatività,…

Applicare la conoscenza pregressa a nuove situazioni

Tale disposizione richiama alla memoria i processi stimolati attraverso l’esercizio, per cimentare le conoscenze acquisite con situazioni nuove.
Quante volte sembra che gli/le studenti/esse abbiano appreso correttamente e sedimentato l’apprendimento, quando invece non riescono a trasferire quanto appreso di fronte ad una esperienza nuova ed analoga?
Giunge, allora, in aiuto il processo di riflessione che dovrebbe essere costantemente allenato a ritornare sui processi attivati per ricostruirli, riconoscerli, descriverli e, conseguentemente, saperli recuperare.
In questo modo ci si abitua a ripensare alle situazioni analoghe già incontrate per derivarne strategie di soluzione.

Pensare e comunicare con chiarezza e precisione

Per comunicare in maniera chiara bisogna pensare in modo chiaro e non confuso.
Aiutare studenti /esse ad organizzare adeguatamente la comunicazione è fondamentale: espressioni efficaci, terminologia tecnica e specifica, sostituire le generalizzazioni con affermazioni e parole idonee, organizzare le riflessioni prima di esternarle, apprendere strategicamente prima le idee in testa e, poi, esprimerle.
Per sperimentare diverse forme di organizzazione del pensiero e della comunicazione può essere di grande utilità affrontare concretamente esperienze di ricerca ed argomentazione filosofica.
Ciascuno maturerà utili modelli da assumere come habitus quotidiano.

Raccogliere informazioni attraverso tutti i sensi

Sperimentare il mondo attraverso tutti i sensi contribuisce a raccogliere più informazioni e, conseguentemente, ad apprendere di più e meglio.
Utilizzare tutti i canali sensoriali, tattile, visivo, uditivo, olfattivo, gustativo e cinestetico può contribuire anche nello sbloccare quei/lle ragazzi/e che hanno paura a mettersi in gioco ed a superare le attività tradizionali quale zona di comfort.

Creare, immaginare, innovare

La creatività va sperimentata ed esercitata: abituare gli/le studenti/esse a risolvere un medesimo problema con percorsi diversi, provare a mettersi nei panni, nella posizione di qualcun’altro, osare, provare, confrontarsi con i compagni per aprirsi a punti di vista differenti, accettare pareri diversi ed osservazioni critiche,…
Questi sono tutti esempi di metodologie da far sperimentare ai/lle ragazzi/e per superare l’idea distorta che la creatività sia trasmessa geneticamente e non possa essere stimolata ed esercitata per trasformarsi nel modo di guardare ed affrontare il mondo.

Rispondere con meraviglia e stupore

Da docente la sfida è far sperimentare agli/lle studenti/esse questa disposizione ad ogni lezione. La voglia di cercare, l’entusiasmo per la scoperta, la curiosità di incontrare una nuova sfida, lo stimolo a cercare soluzioni nuove e diverse.
Come riuscire?
Indubbiamente, il primo indispensabile passo è elaborare proposte didattiche che vedano gli/le studenti/esse stessi/e protagonisti/e attive dell’apprendimento.
Proporre esperienze di apprendimento situato, classe rovesciata, Peer to peer,… Sono tutti stimoli al protagonismo dei/le ragazzi/e, che non si limitano all’ascolto passivo di quanto il docente, depositario della conoscenza, comunica loro. Ricercano, piuttosto, attivamente di costruire e di ricostruire conoscenze, di applicare abilità e di utilizzare competenze.
Infine, per rendere generativa l’esperienza, è utile aiutare gli/le studenti /esse nel ricostruire il percorso fatto, cogliere i processi sottesi e desumere riflessioni metacognitive su come aiutare gli altri a sperimentare i medesimi stupore e meraviglia nell’osservare e scoprire il mondo.

Il mondo del lavoro nell’era digitale

Questa rivoluzione sociale ed economica trasforma il lavoro, non lo fa scomparire. Le rivoluzioni precedenti hanno, infatti, indotto, le medesime necessità: sapersi riconvertire e rinnovare. Nel 1794 con la macchina a vapore, nel 1870 con lo sviluppo industriale della fabbrica, nel 1940 con l’informatica, nel 2013 con la quarta rivoluzione industriale.
Articolerò il seguente contributo in 4 punti:

  1. le caratteristiche del Lavoro nell’era digitale;
  2. le necessità e le competenze richieste;
  3. l’atteggiamento verso nuovo lavoro;
  4. le prospettive e le proposte.

1 – le caratteristiche del Lavoro nell’era digitale

Tradizionalmente, nella cultura occidentale, sono due fondamentali le concezioni prevalenti nei confronti del rapporto tra l’essere umano ed il lavoro: quella antica, centrata sulla sofferenza la pena e lo sforzo; quella moderna che riconosce l’attività produttrice e la creatività. Nel corso dei secoli è stata costante questa tensione tra valorizzazione e svalorizzazione, tra condanna e liberazione, codesta dicotomia.  Siamo poi passati attraversato i secoli, passando per la tradizionale dicotomia otium/negotium, attraverso l’epoca Cristiana, in cui si pone al centro valore sociale del lavoro fino ai maestre dell’epoca medievale e all’homo Faber nell’epoca moderna. Oggi, siamo di fronte a nuove trasformazioni:  quelle del digitale e della tecnologia classificata come industria 4.0; quest’ultima non descrive una tecnologia specifica, ma riguarda, piuttosto,  un insieme di tecnologie.

Gli interventi di questa trasformazione digitale tecnologica hanno rivoluzionato i classici parametri di spazio, tempo e relazione. Nello specifico, hanno allontanato i vincoli del lavoro novecentesco come gli orari e luoghi di lavoro e le mansioni hanno superato il paradigma fordista della produzione della catena di montaggio massiccia, dal chiuso delle fabbriche nella catena del valore lineare dei fornitori – consumatori per arrivare ad uno scenario complesso e denso di relazioni, di intrecci, in cui il consumatore entra nella catena di produzione (per esempio, con l’internet delle cose).

Altre caratteristiche centrali di questa nuova rivoluzione industriale sono:

  • la processualità: le azioni del lavoro diventano processi soggetti a ridefinizione continua;
  • l’apertura: la disponibilità  alla flessibilità ed alla variabilità;
  • l’incompiutezza: finalizzata a raggiungere un miglioramento continuo;
  • l’immanenza dell’azione nel processo: processo che accorcia i tempi della scelta, innescando immediatamente la scelta nell’azione;
  • rapporto disintermediato: il lavoratore e il lavoro hanno come mediazione delle interfacce;
  • la iperconnettività: la connessione è un continuo flusso di informazioni e centrale è la contaminazione (ad esempio, il cloud, i social, il crowdfunding); l’innovazione interpreta, infatti, i bisogni e previene le nuove idee. Divengono, pertanto, al  centro i principi di comunità, di fiducia e di creatività;
  • nascono nuove identità digitali per un incessante connettività generativa su tre dimensioni; one-to-one (comunicazione tra singoli prodotti, tra un prodotto e un consumatore);  one-to-many (lo scambio di informazioni simultaneo); many-to-many (la comunicazione multipla tra prodotto e processo).

2 – le necessità e le competenze richieste

Questo nuovo quadro cambia le necessità e le competenze richieste.

Il lavoro sarà, infatti, caratterizzato da un modo innovativo di pensare, di creare, di realizzare economicamente le condizioni, in uno stile sempre più collaborativo e di condivisione.

Questo rende necessario imparare a utilizzare nuovi strumenti per socializzare il lavoro, come, ad esempio, il cloud e per inventare, come, ad esempio il crowdfunding

Il Foro Annuale The feature of Jobs dichiara che entro il 2025 più di un terzo delle competenze che oggi consideriano importanti cambieranno. Ne sono un esempio:

  • l’intelligenza sociale, che Goleman, nel 2007, ha dichiarato come l’insieme delle competenze comunicative, relazionali e di negoziazione;
  • il pensiero adattivo, cioè la capacità di cercare e trovare soluzioni;
  • le competenze cross culturali, ossia l’apertura a nuove visioni e culture;
  • la mentalità computazionale, la forma mentis flessibile, capace di gestire e organizzare concetti astratti partendo dai dati;
  • la transdisciplinarità;
  • l’essere orientati al design, cioè rappresentare in modo grafico obiettivi e processi;
  • collaborare in ambienti virtuali;
  • la capacità di gestione del carico cognitivo, saper, cioè, filtrare, selezionare, organizzare informazioni in modo adeguato, mantenendo attenzione e concentrazione;
  • affrontare un rapporto diverso con la corporeità.

Codeste condizioni richiedono, pertanto, attenzione alle nuove generazioni per quanto riguarda una formazione adeguata e agli adulti che già lavorano per la possibilità di una riconversione professionale ed un adattamento.

3 – l’atteggiamento verso nuovo lavoro

Lo scenario delineato può vedere la maturazione di diversi atteggiamenti opposti ed estremi: un primo atteggiamento nei confronti di questi cambiamenti è stato quello utopico che nel corso degli anni ‘70-’80 riconosce alle tecnologia solo ricadute positive, guadagnando tempo e lavorando in modo migliore. L’atteggiamento opposto è quello dei catastrofisti o distopici che leggono, invece, in questi cambiamenti solo effetti negativi, la fine del lavoro ed  esiti assolutamente catastrofici in termini di concentrazione e attenzione.

Come sempre, il giusto sta nel mezzo:  analizzando necessità e competenze richieste, diviene necessario affrontare le fasi di un processo ed essere capaci a farlo, acquisendo capacità di esplorazione, di problem solving, di autonomia…

Diventano, allora, necessarie anche le abilità relazionali: collaborazione, condivisione, capacità di organizzare un processo.

Tutto questo vede impegnate l’istruzione e la formazione nella creazione di una nuova sorta di pedagogia del lavoro, un ecosistema 4.0, cioè un’analisi critica del presente che anticipa il futuro riservando alla dimensione umana del lavoro il posto che le compete in un’educazione integrale permanente.

Padroneggiare la tecnologia diventa indispensabile e diviene centrale farlo entro un’impalcatura umana, una visione antropologica: il soggetto non può essere immerso in un flusso di informazioni,  l’essere umano che deve diventare un agente di trasformazione, protagonista attivo.

4 – le prospettive e le proposte

Guardando alle prospettive e alle proposte, l’istruzione la formazione hanno il dovere di pensare a una didattica rinnovata, centrata sulle competenze, come, per esempio, è il modello di esperienze di apprendimento situato.

L’alternanza scuola lavoro vede un laboratorio di contemporaneità della scuola e del lavoro che non applica il modello “prima studio e poi lavoro” ma vede il loro interscambio reciproco.

Il sistema duale, centrale nella regione Lombardia, diviene un modello di istruzione formazione e apprendimento molto significativo.

Il motto “apprendere ad apprendere” diviene necessariamente centrale, così come il Long Life learning.

Il lavoratore e, prima di lui, lo studente devono possedere o maturare la capacità di sapersi reinventare.

In questo senso diventano centrali le Competenze Chiave per l’Apprendimento Permanente riviste proprio nel 2018:  in esse, la cultura del cambiamento, la capacità di risolvere problemi, la creatività e l’imprenditorialità diventano la chiave di volta per affrontare le trasformazioni del mondo del lavoro.

Significative sono anche le esperienze di Service Learning in cui il coinvolgimento diretto degli studenti in progetti nella comunità e lo svolgimento di contenuti dello studio consentono di responsabilizzarli e di farli diventare protagonisti.

I luoghi tradizionali dell’apprendimento necessitato, pertanto, di un cambiamento radicale: l’ambiente di apprendimento è più ampio del solo spazio dell’organizzazione della classe;

vanno riconosciuti formalmente l’apprendimento formale a scuola, l’informale nella vita quotidiana e il non formale, strutturato,ma fuori da scuola.

Interessante sono anche, allora,  le new skills dell’Agenda per l’Europa del 2016: in esse si elenca la necessità di aumentare la rilevanza e la qualità della formazione alle skills, di acquisire qualifiche e skills più visibili e confrontabili, di rendere più efficace l’orientamento scolastico e professionale per migliorare le scelte e le carriere. Diviene, pertanto, fondamentale garantire una formazione sulle abilità tecniche e le abilità trasversali, quelle per la vita.

Infine, è interessante vedere come sarà necessario che anche in ambito contrattuale si risponda in maniera adeguata a questi cambi del mondo del lavoro. come?

  • riclassificando i lavori e superando la classificazione attuale;
  • prevedendo, di fronte ai rischi di modifiche del lavoro e, soprattutto, di quei pericoli di pochissimi lavoratori altamente qualificati e tantissimi poco professionalizzati è poco remunerati, forme di armonizzazione degli inquadramenti e degli stipendi;
  • come è già accaduto in alcuni contratti, preventivando,  l’obbligo della formazione continua per l’aggiornamento e per la riconversione professionale;
  • favorendo la partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa;
  • prevedendo il confronto con temi prima inaspettati come il diritto alla disconnessione cioè stabilire delle regole per regolamentare la ricaduta degli strumenti digitali nella quotidianità e soprattutto per il lavoro.

In conclusione, possiamo dire che per affrontare adeguatamente il mondo del lavoro nell’era del digitale e dell’industria 4.0 è necessario porre al centro lo sviluppo umano il diritto all’apprendimento, all’interazione cooperativa per migliorare il work Life Balance dei lavoratori e delle lavoratrici e per ripensare l’innovazione in un quadro di equità sociale.

Infine nelle scelte sia politiche che contrattuali è fondamentale tener conto come queste innovazioni ci pongono di fronte a diversi dilemmi come i seguenti tre:

  • il dilemma socio-ambientale: la chiusura di una fabbrica inquinante e la perdita di posti di lavoro;
  • il dilemma tecno-ambientale: l’innovazione che può incrementare l’inquinamento e la riconversione ambientale;
  • il dilemma tecno-sociale: la sostituzione del lavoro con le macchine.

Solo una nuova pedagogia del lavoro in un contesto di ecosistema 4.0 può affrontare in maniera sana, complessiva ed in ottica antropologica tali dilemmi e preparare le future generazioni ed i/le lavoratori/trici già inseriti ad affrontare un mondo del lavoro in costante e rapida trasformazione.

Le disposizioni della mente

Per disposizioni della mente si intendono comportamenti da assumersi con sicurezza in occasioni appropriate, stimolati dalla situazione contingente.
Il saggio, dopo aver definito cosa siano le disposizioni della mente, spiega perché sia significativo insegnarle, esemplifica come riuscirci e quali percorsi si possano utilizzare per valutarle.
L’efficacia della loro sperimentazione e del loro insegnamento sta proprio nella possibilità di richiamarle di fronte alle necessità. Inoltre, si ritiene che chi sappia ricorrere a tali disposizioni per far fronte in particolare a situazioni incerte o sfidanti, maturi comportamenti riflessivi e cooperativi.
Il contributo apportato da diversi e svariati pensatori in pedagogia e in psicologia, ci consente di sostenere che  l’intelligenza è un repertorio di abilità in continua estensione, tanto da azzardare obiettivi di apprendimento sempre diversi e crescenti: H. Gardner (1983) con le forme multiple dell’intelligenza, R. Sternberg (1983) con i tre tipi di intelligenza, D. Perkins (1995) con l’intelligenza apprendibile, D. Goleman (1995) con l’intelligenza emotiva,… sono solo una parte dei molti contributi a sostegno di una concezione incrementale dell’intelligenza.
Applicare tali teorie nella quotidiana pratica didattica implica la stimolazione di abilità di autoregolazione e di  metacognitive, per essere attrezzati ad affrontare le inevitabili difficoltà di compito: gli studenti e le studentesse sono, così, costantemente sollecitati a porsi domande, ad accettare sfide nuove, a cercare soluzioni, a spiegare i processi, ad essere responsabilizzati rispetto a scelte consapevoli.
In tale contesto, H. Mann ha focalizzato la propria attenzione su 16 disposizioni in particolare, cercando in questo modo di classificare abilità, atteggiamenti, inclinazioni che mettiamo in atto con spontaneità e frequenza.
Le 16 disposizioni classificate sono le seguenti:

  1. persistere,
  2. gestire l’impulsività,
  3. ascoltare con comprensione ed empatia,
  4. pensare in maniera flessibile,
  5. pensare sul pensare (metacognizione),
  6. impegnarsi per l’accuratezza,
  7. fare domande e porre problemi,
  8. applicare la conoscenza pregressa a nuove situazioni,
  9. pensare e comunicare con chiarezza e precisione,
  10. raccogliere informazioni con tutti i sensi,
  11. creare, immaginare, innovare,
  12. rispondere con meraviglia e stupore,
  13. assumere rischi responsabili,
  14. trovare il lato umoristico,
  15. pensare in maniera indipendente,
  16. rimanere aperti all’apprendimento continuo.

Tali atteggiamenti non vengono assunti in modo isolato tra loro. Inoltre, tale elenco è stato, poi, progressivamente sviluppato ed arricchito.
Sintetizzare in una pagina tutta la ricchezza e profondità di tale contributo non è facile, ma la speranza è che le riflessioni riportate stimolino a fare sempre della scuola una palestra per  la mente.

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