MARCO CORTI
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Bilancio delle competenze nell’anno di prova

A decorrere dall’approvazione della Legge 107/2015, i docenti assunti a tempo indeterminato, hanno visto modificata la procedura di conduzione e di formazione del cosiddetto anno di prova.

Infatti, a decorrere dall’Anno Scolastico 2015/16, attraverso il D.M. 850/2015 e la Circolare Ministeriale 36167/2015 ne sono stati ridefiniti obiettivi, attività formative, modalità di verifica e criteri.

Da quell’anno, il docente neo assunto, coadiuvato dal proprio tutor, traccia un primo bilancio delle competenze, cioè una sorta di autoanalisi supportata da un modello. Partendo dalle riflessioni emerse attraverso tale strumento, viene, quindi, elaborato un patto per lo sviluppo professionale. Attraverso tale patto, il docente, in collaborazione con il docente tutor ed in base ai bisogni della scuola, predispone un piano con gli obiettivi di sviluppo culturale, didattico, disciplinare, metodologico e relazionale, da raggiungere attraverso la formazione dell’anno di prova, l’esperienza professionale dell’anno e la riflessione su tali esperienze.

Il bilancio delle competenze è predisposto in due fasi: quella iniziale e quella finale.

Il primo ha lo scopo principale di indurre il docente a condurre un’analisi iniziale delle proprie competenze, per individuarne punti di debolezza e di forza, rischi ed opportunità.

Il secondo è teso a condurre un’autoanalisi sul percorso svolto nel corso dell’anno di prova, per far emergere evoluzioni e trasformazioni delle competenze iniziali.

Ciascuna sezione del bilancio è accompagnato da domande guida, che aiutano il docente a selezionare i descrittori di competenza secondo diverse prospettive: competenze non possedute ma ritenute importanti e da maturare in corso d’anno; competenze note, ma da approfondire; competenze possedute in buon grado o, comunque, a livello esperto.

La struttura proposta per la stesura del bilancio si articola in tre aree, a loro volta articolate in tre ambiti.

  1. AREA DELLE COMPETENZE RELATIVE ALL’INSEGNAMENTO (Didattica)
    a) Organizzare situazioni di apprendimento;
    b) Osservare e valutare gli allievi secondo un approccio formativo;
    c) Coinvolgere gli allievi nel processo di apprendimento.
  2. AREA DELLE COMPETENZE RELATIVE ALLA PARTECIPAZIONE ALLA VITA DELLA PROPRIA SCUOLA (Organizzazione)
    d) Lavorare in gruppo tra docenti;
    e) Partecipare alla gestione della scuola;
    f) Informare e coinvolgere i genitori.
  3. AREA DELLE COMPETENZE RELATIVE ALLA PROPRIA FORMAZIONE (Professionalità)
    g) Affrontare i doveri e i problemi etici della professione;
    h) Servirsi delle nuove tecnologie per le attività progettuali, organizzative e formative;
    i) Curare la propria formazione continua.

Su quanto emerso dal bilancio iniziale si inseriscono le attività peer to peer, i laboratori formativi e l’attività online, in una circolarità costruttiva, in cui ogni elemento supporta gli altri.

La filosofia di fondo con il quale sono state così riviste le modalità di condizione dell’anno di prova sono dettate dalla volontà di fare della riflessione sulla propria professionalità un habitus, un modo di porsi di fronte alla propria crescita ed evoluzione come professionisti del mondo dell’istruzione e della formazione.

La scelta fatta si cala, inoltre, in un contesto dove la maggior parte del personale neoassunto, ha già maturato diversi anni di esperienza nella scuola, pertanto, si cerca di inserire il percorso dell’anno di prova su tale esperienza, per capitalizzare il proprio fare. Infatti, l’altro elemento che fa da sfondo a tale impostazione è l’alternanza, ossia la ricorsività teoria e pratica, l’immersione nelle situazione e la capacità di distanziarvisi per riflettere sulla stessa.

E’ interessante, inoltre, analizzare anche le espressioni utilizzate nella traccia di bilancio proposta al personale neoimmesso in ruolo, per coglierne la prospettiva.

Infatti, non si chiede al docente come metta i voti ma come osservi gli studenti, non gli si chiede come faccia lezione, ma come organizzi una situazione di apprendimento,…

Pertanto, l’impostazione che ne emerge è chiaramente formativa, centrata sui processi e non prettamente valutativa o di giudizio. Potremmo dire che lo stesso rapporto docente/alunni è analizzato attraverso la mediazione dei saperi, cercando di recuperare il ruolo euristico delle discipline.

La domanda di fondo che ogni insegnante dovrebbe porsi è quale tipo di insegnante sono e quale vorrei essere.

Anno di prova docenti

Con l’anno di prova si riesce a valutare realmente la competenza di un docente?

Lo strumento del bilancio delle competenze, introdotto dopo l’entrata in vigore della Buona scuola, nasce con questa prospettiva di definire punti di forza e di debolezza e concordare un patto per lo sviluppo professionale in collaborazione con il docente tutor.

Qual è il ruolo del tutor durante l’anno di prova nell’influenzare la futura identità professionale di un docente?

Il tutor ha un ruolo chiave che andrebbe maggiormente valorizzato. Infatti, sin dalla costruzione e condivisione del patto formativo dopo un primo bilancio delle competenze, aiuta nel predispone un piano con gli obiettivi di sviluppo culturale, didattico, disciplinare, metodologico e relazionale, da raggiungere attraverso la formazione dell’anno di prova, l’esperienza professionale dell’anno e la riflessione su tali esperienze.

Gli adempimenti formali richiesti durante l’anno di prova sono strumenti efficaci per garantire la qualità dell’insegnamento?

Il bilancio delle competenze, il percorso di formazione on line su piattaforma Indire, il patto per lo sviluppo professionale, la discussione davanti al comitato di valutazione della propria scuola della relazione relativa all’anno di prova ed il test finale sono tutti step finalizzati proprio a garantire la verifica della professionalità di un docente e, conseguentemente, a garantirne la qualità della prestazione professionale.

Il bilancio delle competenze in altri settori

La revisione messa in campo con la Buona Scuola si ispira in modo particolare alle ricerche ed al contributo dell’Università di Macerata, dell’Università di Trento e della Regione Emilia Romagna.

Nell’Anno Scolastico 2014/15 è stata condotta un’esperienza pilota che ha posto le basi per il successivo percorso, il cosiddetto Teacher Portfolio per la formazione dei neo-assunti.

L’esperienza e la conseguente ricerca hanno analizzato e messo a confronto la situazione della formazione iniziale in Italia ed in Europa.

La parte riguardante la stesura del curriculum formativo ha coinvolto i docenti neoassunti in una approfondita riflessione sulle proprie esperienze e competenze formali, informali e non formali, per coglierne il nesso con il personale cambiamento professionale, al fine di ricostruire la propria traiettoria personale/professionale attribuendo senso alle situazioni.

Accanto a tale strumento è stato introdotto il Bilancio delle Competenze, il cui modello proposto è stato frutto della messa a confronto di modelli già utilizzati in diversi Paesi.

L’esperienza sull’utilizzo di tali strumenti nell’ambito lavorativo ha avuto dapprima diffusione e sperimentazione anche in altri settori ed in particolare in Francia.

In Francia, il cosiddetto bilan de competences si configura come un sevizio previsto dalla Legge 91/1991, secondo cui ogni lavoratore ha diritto a ventiquattro ore di permesso retribuito per analizzare le proprie competenze professionali e personali, le proprie attitudini e motivazioni, allo scopo di determinare un progetto professionale e, se necessario, un progetto di formazione. Infatti, lo stesso è condotto nei centri di bilancio appositamente creati (CIBC) con il coinvolgimento delle parti sociali e dell’amministrazione pubblica o presso strutture convenzionate.

In Italia, non è mai stato normato per legge ma è ritornato tema di attualità e discussione in occasione dell’introduzione del Reddito di cittadinanza e della figura del Navigator, che dovrebbe seguire ed accompagnare la persona nell’inserimento o reinserimento lavorativo. Proprio attraverso colloquio di orientamento e bilancio delle esperienze e competenze, il navigator aiuta il candidato a orientarsi nella ricerca di una occupazione, nell’individuare le offerte di lavoro o nell’intraprendere l’avvio di un’attività imprenditoriale.

In questa sede non approfondiamo i pareri favorevoli e contrari rispetto a tali recenti scelte politiche ma auspichiamo che il ruolo delicato dei Navigator non si scontri con la fretta d l’improvvisazione di approvare una norma e con la burocrazia che lascia gestire passaggi tanto delicati all’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive per il Lavoro (ANPAL) Servizi Spa presso i Centri per l’Impiego di competenza regionale.

In Italia, le prime esperienze di impiego di tali strumenti formativi sono state introdotte con la sperimentazione condotta a metà degli anni ’90 dalla Regione Emilia Romagna. Il modello inizialmente proposto prevedeva prove di verifica delle conoscenze e capacità tecniche e, anche da noi, il coinvolgimento delle parti sociali per la gestione contrattata dei percorsi di carriera e delle ristrutturazioni aziendali.

In un secondo momento, negli sportelli di orientamento dell’Emilia Romagna il bilancio è stato modificato nei contenuti: sono scomparse le prove di verifica e il coinvolgimento delle parti sociali e si è passati dall’accertamento all’identificazione delle competenze.

Gli ambiti che, quindi, hanno maggiormente lavorato sul bilancio delle competenze sono stati, principalmente, quello dell’orientamento e del supporto alla ricerca di lavoro o alla ricollocazione del personale.

Infatti, nel settore privato ha avuto ampia diffusione l’impiego del bilancio delle competenze con gli operatori di orientamento, i consulenti di carriera, i  coach di carriera,…

Comunque, anche in tali ambiti, lo strumento stimola la riflessione della persona su se stessa, sulle capacità tecniche e trasversali acquisite nella propria esperienza formativa, lavorativa e personale; in questi casi per incrociare l’esigenza di trovare o ritrovare una occupazione. 

Peraltro, data la flessibilità ormai caratterizzante il mercato del lavoro, si configura come un processo continuo o, comunque, ricorrente nella carriera professionale, sia per far fronte alle difficoltà che per rispondere alla esigenza di formazione continua, tanto da arrivare a parlare di upskilling e reskilling. Ossia si fa riferimento a processi attraverso cui i lavoratori e le lavoratrici, già in possesso di capacità, sono impegnati per migliorarle (upskilling) oppure a processi attraverso cui lavoratore o lavoratrice acquisiscono nuove abilità per svolgere una mansione diversa (reskilling).

Progetto Gol Regione Lombardia 

Il Programma GOL, Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori, è un’offerta di servizi per l’inserimento e il reinserimento lavorativo e la qualificazione o riqualificazione professionale dei lavoratori. Ha l’obiettivo di migliorare le opportunità di ricerca e accompagnamento al lavoro dei cittadini in cerca di una nuova occupazione.

Il Programma GOL concorre allo sviluppo di un’offerta integrata di servizi per il lavoro e la formazione lungo tutto l’arco della vita, in funzione dell’emersione di bisogni della persona, in raccordo con le politiche sociali e di sostegno allo sviluppo.

L’assessment è un questionario per definire il fabbisogno della persona, associandolo a uno dei percorsi di politica attiva

Una volta terminato l’assessment e definito il percorso, il cittadino stipula e firma il Patto di Servizio Personalizzato (PSP), in cui è indicato il percorso di politica attiva.

Questi sono solo alcuni esempi di utilizzo di strumenti analoghi al bilancio delle competenze in settori diversi dalla scuola.

Proposta di adozione

Anche il mondo dell’istruzione e della formazione è inserito in tale contesto storico, sociale, economico e culturale in costante trasformazione e con ritmi di cambiamento repentini ed esponenziali. 

Perché, allora, non proporre un bilancio delle competenze anche in altri momenti della carriera professionale di un lavoratore della scuola? 

Qualsiasi profilo professionale, dirigente, docente ed ATA non può che trarre beneficio da una riflessione sul proprio modo di essere e di porsi nella quotidianità lavorativa. 

Il Dirigente Scolastico ha visto realizzata parzialmente e, poi, affievolita l’esperienza della valutazione sul proprio operato. Al dirigente è chiesto di compilare un portfolio con cui evidenziare il proprio contributo al perseguimento degli obiettivi contenuti nella lettera di incarico. Accanto a tale passaggio gli istituti, sede di servizio del dirigente stesso, sono destinatari di una visita dei nuclei di valutazione, per svolgere un interlocuzione diretta con l’interessato ed il suo contesto scolastico. 

Dopo l’introduzione di questa esperienza attraverso la Legge della Buona Scuola, anziché sistemare gli aspetti poco chiari o gli appesantimenti burocratici, si è lasciata libera scelta ai dirigenti se compilare o meno il portfolio, facendo progressivamente venir meno la significatività e l’efficacia di un’esperienza. 

Il personale amministrativo, tecnico ed ausiliario, ridotto al minimo in termini numerici, catapultato negli ultimi anni su ruoli diversi senza l’adeguata formazione, si ritrova spesso ad improvvisare o ricostruire procedure amministrative. Partire da una adeguata autoanalisi delle proprie potenzialità e dei propri limiti, aiuterebbe per una adeguata e costruttiva organizzazione interna delle segreterie e delle reti di scuole. Per riuscirvi è, però, condizione irrinunciabile comprendere il ruolo di tale personale nella scuola autonoma: il personale Ata non è, infatti, aggiuntivo e marginale nelle scelte e nelle azioni di un’istituzione scolastica. A partire dal riconoscimento dell’autonomia nel settembre 2000, ciascuna figura professionale è impegnata per garantire la realizzazione dell’offerta formativa ed il raggiungimento del successo formativo di ogni studente o studentessa. 

Tutti i passaggi propedeutici e funzionali all’attuazione del PTOF sono indispensabili e irrealizzabili senza una adeguata presenza di personale qualificato. 

Ebbene, senza un organico ata adeguato, in termini quantitativi e qualitativi, tale prospettiva è difficile da realizzare. Pertanto, adeguato il fabbisogno di organico, un serio e  capillare piano di formazione contribuirebbe nel ricostruire tante situazioni disastrose. In tale piano formativo, il primo step potrebbe essere proprio il bilancio delle competenze, per inserire l’attività in un terreno consapevole e responsabilizzato.

Veniamo al personale docente. 

L’art 27 del CCNL Scuola 2016/18, ora articolo 42 del CCNL 2919/21, ci richiama le competenze richieste ad un docente:

Il profilo professionale dei docenti è costituito da competenze disciplinari, informatiche, linguistiche, psicopedagogiche, metodologico-didattiche, organizzativo-relazionali, di orientamento e di ricerca, documentazione e valutazione tra loro correlate ed interagenti, che si sviluppano col maturare dell’esperienza didattica, l’attività di studio e di sistematizzazione della pratica didattica. I contenuti della prestazione professionale del personale docente si definiscono nel quadro degli obiettivi generali perseguiti dal sistema nazionale di istruzione e nel rispetto degli indirizzi delineati nel piano dell’offerta formativa della scuola.

Una professionalità tanto complessa ed articolata, in un contesto di continua, rapida evoluzione della società, necessita costantemente di accompagnare il proprio lavoro con un’analisi riflessiva.

L’impiego costruttivo di tale percorso può contribuire nel costruire una nuova progettualità,  

Infatti, i tre momenti in cui si articola il lavoro di riflessione dei neoimmessi potrebbero diventare tappe di tale nuova progettualità per tutto il personale docente: da dove vengo? Dove sono e chi sono? Dove sto andando? Che rispecchiano rispettivamente il curricolo formativo, l’analisi dell’attività didattica ed il profilo di competenza.

Il curricolo formativo aiuta ciascun professionista a ricostruire quali situazioni, persone, esperienze formali o informali abbiano segnato la propria carriera.

Anche un docente con anni di esperienza necessita di rispondere alla domanda come affronto la situazione didattica? Infatti, è proprio nell’analizzare l’attività didattica che il docente mette a sistema e coordina obiettivi, traguardi di competenza, mediatori didattici, consegne, attività, verifica, osservazione,..

Infine, la riflessione sull’azione è utile per cogliere la differenza tra il progettato e l’agito, tra il prescritto ed il reale.

L’introduzione di questo strumento deve preoccuparsi di non diventare un mero adempimento burocratico, ma un reale percorso di riflessione sulla propria professionalità.

Pertanto, si potrebbe ipotizzare una compilazione del bilancio delle competenze ogni due/tre anni o, comunque, ogni volta che un docente o il collegio docenti nelle proprie articolazioni dipartimentali ritenga utile ritornare sulla propria professionalità.

Un professionista deve sentire, infatti, come necessario accompagnare l’esperienza con strumenti teorici di pensiero per l’azione. 

Ripensare al proprio profilo professionale aiuterebbe, inoltre, tale categoria a ricostruire una propria identità e derivarne il riconoscimento di un ruolo sociale.

Bibliografia di approfondimento

  • Pier Giovanni Bresciani, Bilancio di competenze, formazione e approccio biografico-narrativo in Professionalità N°80/2004.
  • Michele Pellerey, Le competenze individuali e il portfolio, La Nuova Italia, Milano 2004.

PNSD Piano Nazionale Scuola Digitale

Con la Legge n. 107 /2015 è stato avviato il cosiddetto Piano Nazionale per la Scuola Digitale (L. n. 107/2015 Art 1. CC. 56 – 58).

Con esso Al fine di sviluppare e di migliorare le competenze digitali degli studenti e di rendere la tecnologia digitale uno strumento didattico di costruzione delle competenze in generale, il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca adotta il Piano Nazionale per la Scuola Digitale.

In coerenza con queste finalità, il Miur ha emanato il curricolo di educazione civica digitale, che dovrebbe impegnare la programmazione disciplinare con l’integrazione delle TIC, al fine di favorire la maturazione di spirito critico, di consapevolezza e di responsabilità d’uso di tali tecnologie.

Il documento, pubblicato nel gennaio del 2018, assume la Raccomandazione Europea del gennaio 2006 sulla Media Literacy. Il MIUR indica cinque aree di lavoro educativo e didattico per le scuole: l’educazione all’informazione, l’educazione ai media, la cultura di internet, il coding (dati, making, ecc.), lo sviluppo di creatività espressiva. Si tratta di una traccia di curricolo digitale su cui le scuole sono chiamate a sperimentare.

Una delle funzioni dei media digitali è proprio quella di fare da “ponte” tra l’informale dei ragazzi e i contesti formali come la scuola. È fondamentale, infatti, che lo stesso device ospiti i videogiochi preferiti e le registrazioni delle lezioni, i messaggi del proprio gruppo di WhatsApp e gli appunti condivisi della classe. La scuola ha bisogno di far incontrare i mondi che utilizzano tali strumenti, ha necessità di avvicinare le culture dei giovani perché solo in questo modo può sperare di attualizzare il valore della propria cultura. I media sono proprio un terreno su cui questo incontro e interscambio tra culture diverse è possibile.

Serve la Media Education. La scuola non può evitare di porsi il problema educativo dei media. E porselo significa:

  1. insegnare i linguaggi, far lavorare gli studenti sulla grammatica e la sintassi dei media;
  2. fornire strumenti per l’analisi critica dei messaggi, per l’appropriazione consapevole dei contenuti;
  3. sollecitare la responsabilità di soggetti che non sono solo lettori, ma anche autori dei loro messaggi.

È la soglia etica della Media Education, quella che coinvolge i quadri di valore e consente di saldare i media con la cittadinanza.

Con il Piano Nazionale Scuola Digitale si è cercato di inserire le tecnologie a servizio della formazione, dell’amministrazione e dell’apprendimento. 

Il piano nazionale scuola digitale rientra nel più ampio progetto della Buona scuola,  riforma approvata con la legge n. 107/2015.

In particolare, ai commi 56 e 58 dell’articolo 1 si parla del Piano Nazionale Scuola Digitale e si spiega come si tratti di una vera e propria azione culturale, che intende introdurre all’interno della scuola un’idea rinnovata di scuola.

Il testo del PNSD riconosce la scuola come spazio aperto per l’apprendimento e non unicamente luogo fisico e come piattaforma che metta gli studenti nelle condizioni di sviluppare le competenze per la vita. Infatti, il Piano Nazionale Scuola Digitale ha cercato e sta tuttora cercando di introdurre le tecnologia al servizio dell’istituzione scolastica sia dal punto di vista amministrativo che per quanto riguarda la formazione e l’apprendimento.

La finalità è, infatti, proprio quella di riuscire a posizionare attivamente la scuola nell’ambito e nel contesto del digitale nel quale ci troviamo. 

Il digitale prima del PNSD

All’interno del testo che completa questo piano è interessante analizzare cosa sia accaduto nella storia.

Sono presentate le tappe che hanno preceduto l’arrivo di questo progetto. 

Dal 2008 al 2012 sono stati messi in cantiere alcuni progetti: 

  • l’azione LIM, che ha cercato di introdurre la Lavagna Interattiva Multimediale all’interno delle singole istituzioni scolastiche; 
  • l’azione classe 2punto0, un’attività che ha cercato di offrire l’opportunità di trasformare e di inserire l’attività laboratoriale all’interno delle singole classi;
  • l’azione editoria digitale che dal 2010 ad oggi ha cercato di sostituire via via i testi con i libri di carattere digitale;
  • diversi accordi stipulati tra il MIUR e le Regioni per riuscire a supportare le istituzioni scolastiche nell’introduzione sempre più capillare delle tecnologie nell’attività didattica.

Dal 2013 in poi si è proseguito con:

  • l’azione wifi volta a diffondere la connettività wireless all’interno dell’istituzione scolastica nel nostro Paese, nonostante questo passaggio abbia incontrato diverse difficoltà, in particolare in alcune realtà territoriali italiane;
  • l’azione poli formativi che hanno cercato di individuare delle istituzioni scolastiche come punto di riferimento per la formazione, l’organizzazione e la gestione di corsi formativi rivolti in particolare al personale scolastico, al personale docente.

Dal 2007 al 2013 sono stati approvati una serie di interventi volti proprio alla diffusione delle tecnologie ed alla formazione specifica per l’utilizzo delle tecnologie nella quotidiana attività didattica. 

Il Piano Nazionale Scuola Digitale ha, poi, potenziato il ruolo di un cosiddetto osservatorio tecnologico, già istituito nel 2000. Il ruolo di questo osservatorio tecnologico è raccogliere periodicamente delle rilevazioni su quale sia lo stato dell’utilizzo delle tecnologie all’interno dell’istituzione scolastica. In questo senso è interessante come proprio in occasione della presentazione del PNSD nel 2015 sia avvenuta una rilevazione messa in cantiere dal 2014. 

Da questa rilevazione sono emersi dati interessanti:

  • il 99,3% delle istituzioni scolastiche ha un proprio sito web;
  • il 58,3% delle istituzioni scolastiche utilizza delle forme digitali di comunicazione tra scuola e famiglia;
  • il 73,6% utilizza il registro elettronico per il personale docente;
  • il 16,5% utilizza forme di gestione centralizzata per l’attività didattica e per i contenuti.

Naturalmente, l’esperienza della pandemia ha indotto la scuola ed il suo personale, docente e ata, a velocizzare notevolmente, a incrementare l’utilizzo di queste tecnologie e, quindi, possiamo dire che l’esperienza pandemica abbia dato uno slancio all’introduzione delle tecnologie nella quotidianità della vita della scuola. Infatti, è stata svolta una nuova rilevazione con scadenza 24 Febbraio 2021, della quale cercheremo di avere a disposizione i dati per un’analisi specifica in un altro contributo.

Un aspetto interessante da approfondire è la sezione delle tecnologie a servizio della parte amministrativa della scuola. Infatti, la digitalizzazione amministrativa della scuola è, forse, il tassello più difficile e complicato da portare avanti per diverse variabili, che poi approfondiremo.

È interessante, però, notare altri dati nella rilevazione del 2015: una quota superiore all’80% dei documenti depositati presso le scuole sono ancora in formato cartaceo.

Questo stato di cose determina una forte saturazione di spazi e di opportunità di gestione rapida delle pratiche. Quindi sarebbe utile un serio intervento di sburocratizzazione e di dematerializzazione dell’attività amministrativa della scuola, anche se sembra si faccia fatica a far decollare tale progettualità. 

Nel PNSD è inserita l’identità digitale cioè l’opportunità, dapprima prevista per gli studenti, per ottenere una carta dello studente che corrisponde all’accesso ad un’area online riguardante beni e servizi come il diritto allo studio ed altri servizi. Questo ha permesso agli studenti di avere una prima idea identità digitale.

Gli interventi del PNSD

Gli interventi del PNSD si articolano in quattro aree:

  1. area degli strumenti;
  2. area delle competenze; 
  3. area dei contenuti;
  4. area della formazione e dell’accompagnamento. 

È interessante analizzare le diverse azioni:

  • L’accesso e la diffusione della fibra e della banda larga alla portata di ogni scuola. Il cablaggio interno di tutti gli spazi delle istituzioni scolastiche estende il diritto all’accesso ad internet da parte delle scuole;
  • Altre azioni hanno riguardato gli spazi e gli ambienti di apprendimento per la didattica;
  • Il Challenge Prizes per la tecnologia digitale;
  • Le linee guida per la politica di integrazione dell’utilizzo del proprio mobile all’interno della quotidianità dell’attività didattica (BYOD,  Bring Your Own Device);
  • Il piano per l’apprendimento pratico;
  • L’edilizia scolastica innovativa;
  • L’identità digitale: sistema di autenticazione unica che prevede un profilo digitale per ogni studente e un profilo digitale per ogni docente;

La parte relativa all’amministrazione digitale, come anticipato, è la più complessa da far decollare. La stessa prevede la digitalizzazione amministrativa della scuola. Quindi, ogni pratica della scuola deve essere dematerializzata: il registro elettronico e la strategia dati della scuola.

Sul versante riguardante le competenze degli studenti sono previste le seguenti azioni:

  • scenari innovativi per lo sviluppo delle competenze digitali applicate;
  • portare il pensiero computazionale a tutta la scuola primaria;
  • un framework comune per le competenze digitali e l’educazione ai media; 
  • aggiornare il curricolo di tecnologia della scuola secondaria di primo grado.

Sul versante del digitale per imprenditorialità e lavoro, in linea con quanto previsto anche dalle 8 competenze chiave per l’apprendimento permanente, troviamo le seguenti azioni:

  • un curricolo per l’imprenditorialità digitale;
  • il potenziamento del mondo femminile nell’ambito delle discipline stem; 
  • Il piano carriere digitali e l’alternanza scuola lavoro, oggi PCTO;
  • L’impresa digitale. 

Abbiamo, poi, l’area dei contenuti digitali:

  • la promozione delle risorse educative aperte;
  • le linee guida sulla autoproduzione dei contenuti didattici;
  • le biblioteche scolastiche come ambienti di alfabetizzazione nell’uso delle risorse digitali.

C’è, inoltre, il grande settore riguardante la formazione del personale che include molte azioni:

  • la formazione in servizio per l’innovazione didattica ed organizzativa;
  • il rafforzamento della formazione iniziale del personale sull’innovazione didattica;
  • l’assistenza tecnica per le scuole del primo ciclo con l’introduzione della figura dell’assistente tecnico di laboratorio, che fino a qualche anno fa era previsto solo nella scuola secondaria di secondo grado. Ora sono stati introdotti gli assistenti tecnici di laboratorio anche il primo ciclo d’istruzione proprio per l’impegno sulla dimensione tecnologica di utilizzo di questi strumenti;
  • la nuova formazione del personale neoassunto;
  • l’introduzione della nuova figura dell’animatore digitale in ogni istituzione scolastica;
  • La diffusione di accordi territoriali volti alla promozione della scuola digitale;
  • Stakeholders‘ Club per la scuola digitale;
  • una galleria per la raccolta delle pratiche; 
  • l’osservatorio per la schola digitale. Un comitato scientifico che permette di allineare il piano alle pratiche internazionali. 

Riflessioni e prospettive

Un percorso di monitoraggio attento dell’intero piano lo lega palese al piano triennale dell’offerta formativa di ogni istituzione scolastica. Come si può evincere,, è un progetto piuttosto ambizioso che ha, sicuramente, ricevuto un forte slancio dall’esperienza pandemica.

Infatti, la scuola ha fatto tanto e sta facendo tanto per integrare gli strumenti digitali nella quotidianità dell’attività scolastica e, attraverso l’esperienza di incontro con le discipline, anche le tecnologie possono avere un ruolo centrale. Si deve dare l’opportunità agli studenti di apprendere i saperi e linguaggi di base in modo tale da acquisire quegli strumenti di lavoro utili per selezionare informazione, saper valutare criticamente ed avere un proprio personale pensiero critico: potremmo dire per coniugare la complessità dei modi di apprendere con imparare a stare al mondo. 

Il tassello che, forse, ha ancora enorme difficoltà è quello della parte amministrativa: sono ancora molte le pratiche che passano attraverso la dimensione cartacea e che sono ridondanti sia nella richiesta di autocertificazione che nella loro conduzione. Sarebbe importante che anche su questo piano ci fosse un forte investimento sia in senso digitale ma anche nel senso degli organici e mi riferisco in particolare al personale ata. Il personale ata, in particolare nelle segreterie delle scuole, è ridotto ai minimi termini: un forte piano di investimento per la stabilizzazione e per la formazione di questo personale.

Frequentemente all’interno delle segreterie troviamo un notevole numero di dipendenti a tempo determinato che cambiano tutti gli anni e che, di conseguenza, devono ripartire da capo con la propria attività.

Un forte investimento di formazione è diventato indispensabile per realizzare un efficiente dematerializzare e sburocratizzazione dell’amministrazione pubblica e della scuola.

Investire sulla formazione accanto ad una stabilizzazione che deve rendere costante nel tempo la presenza di personale qualificato e preparato.

In questo modo, si può veramente credere che la scuola digitale sia intesa come un luogo non solo fisico o di incontro con la cultura e la conoscenza.

Il percorso è ancora piuttosto lungo ma sicuramente il Piano Nazionale Scuola Digitale ha dato un forte impulso. 

Speriamo che negli anni prossimi si possono davvero vedere i risultati di questa scuola che utilizza e integra le tecnologie per l’apprendimento, la formazione e anche per l’amministrazione.

Didattica, nuove tecnologie ed organizzazione del lavoro

Analizziamo i tre temi del titolo:

Le nuove tecnologie

Il primo elemento saliente da sottolineare che differenzia la rivoluzione 4.0 dalle rivoluzioni che abbiamo conosciuto nella storia e in passato è che il salto tecnologico degli ultimi anni ed il contesto attuale sono contraddistinti dal coinvolgere non solo una specifica tecnologia o uno specifico macchinario ma l’applicazione di diverse famiglie di tecnologie interconnesse tra loro, che a loro volta interagiscono con quelle già esistenti all’interno dell’azienda.  Pertanto, abbiamo le situazioni più diversificate nelle applicazioni aziendali che permettono di utilizzare in maniera versatile le tecnologie abilitanti, i dati per fare delle previsioni, i robot per l’automazione, le simulazioni per poter anticipare i problemi, per prevenire molte situazioni di rischio all’interno delle aziende, il cloud per archiviare o per condividere,…

Ci interessa, però, approfondire il modo di utilizzo di tali famiglie di tecnologie, perché in base al modo di utilizzo diventa determinante l’impostazione che si dà anche all’organizzazione del lavoro.

Infatti, identificherei due approcci: un utilizzo per sostituzione ed un altro, invece, per potenziamento.

Nel primo caso la visione è tendenzialmente tecnocentrica e, pertanto, prevede la sostituzione o l’alleggerimento del lavoro manuale attraverso l’utilizzo delle tecnologie. In questo modo, il lavoro manuale o di routine si riduce o rimane dedicato a quelle parti che non possono essere sostituite dalla tecnologia.

Frequentemente, questo tipo di sistema è guidato da algoritmi e caratterizzato da una marcata individualizzazione del lavoro.

L’impostazione, invece, di potenziamento è inquadrata in una dimensione di complementarietà, che vede la tecnologia a supporto delle capacità dei lavoratori, per consentire loro di dedicarsi molto di più ad un lavoro di regolazione nell’utilizzo delle tecnologie. In questa visione, i lavoratori hanno più autonomia decisionale e il coordinamento che viene messo in atto è più orizzontale che verticistico, meno gerarchico e fortemente incentrato sulla cooperazione. In questo modo, le tecnologie potenziano le capacità di chi lavora.

Quindi, se noi partiamo da questa seconda impostazione, di potenziamento, possiamo cogliere come le tecnologie consentano di personalizzare i prodotti e servizi, possano favorire una riduzione degli sprechi, possano contribuire a ridurre gli incidenti e la fatica fisica, possano favorire una crescita della produzione, una riduzione dei costi e dei tempi di sviluppo di prodotti o di servizi e possano offrire l’opportunità di integrare le informazioni tra i clienti e i fornitori.

Contestualizziamo il tema nel nostro territorio lombardo, riprendo alcuni dati della ricerca degli Unioncamere regionale della Lombardia dell’ultimo trimestre 2020, realizzata attraverso delle interviste che coprono circa 1500 aziende. Da tale indagine periodica emerge che il tema delle tecnologie industria 4.0 è conosciuto dal 82% delle aziende del settore dell’Industria, dal 64% dei servizi, dal 60% delle imprese artigiane e dal 53% del settore commercio al dettaglio. Un aspetto interessante emerso dall’analisi coglie come in occasione della pandemia c’è stato un rallentamento di quei processi di sviluppo dell’industria 4.0, ma hanno avuto, invece, un forte impulso i canali social e gli strumenti per il lavoro a distanza. Mi interessano altri due elementi: la non conoscenza dell’impresa 4.0 e l’investimento nella formazione. La non conoscenza ha riguardato il 36% delle aziende, dato che, invece, nel 2019 era al 45%. Quindi, la situazione sul tema è in continuo sviluppo. Indubbiamente, la velocità con la quale queste tecnologie avanzano induce le aziende ad essere sempre più al passo con i tempi. Il secondo aspetto riguarda gli investimenti nella formazione per fare in modo di conoscere e di integrare queste innovazioni rispetto all’organizzazione del lavoro: riguarda il 17% delle imprese dell’industria, il 14% dei servizi, il 10% del commercio e 8% dell’artigianato. 

Il ruolo della didattica

Veniamo ora al secondo punto che ritengo essere quello un po’ più complicato: come si può inserire il ruolo dell’Istruzione e della formazione all’interno di questo quadro delineato.

Innanzi tutto, è necessario progettare e realizzare un curricolo disciplinare, quindi specifico, che è finalizzato a raggiungere determinate competenze che molto sinteticamente potremmo definire competenze tecniche, cioè specifiche per quella disciplina, accanto ad un curricolo trasversale, finalizzato a far maturare quelle che sinteticamente vengono dette competenze per la vita.

Peraltro, questi due ambiti di competenze, disciplinari e trasversali, sono frequentemente il terreno di confronto fra le aspettative del mondo del lavoro e le finalità del mondo della scuola. In questo caso, faccio riferimento più all’istruzione che alla formazione professionale. Infatti, è frequente la richiesta dell’azienda incentrata su una forte preparazione tecnica, ma vedremo come queste tecnologie rendono indispensabile maturare anche competenze trasversali, facendo riferimento al documento dell’Unione Europea sulle otto competenze chiave l’apprendimento permanente, nella versione del 2006 e la più recente del 2018.

Competenze chiave per l’apprendimento permanente

Il Consiglio dell’Unione Europea ha rivisto nel 2018 le 8 competenze chiave per l’apprendimento permanente elaborate, in una prima versione, nel 2006.

Nella programmazione, ogni istituzione scolastica ed ogni docente dovrebbero individuare le finalità e, quindi, il valore fondativo e formativo di ogni disciplina, cogliere quali siano le competenze disciplinari e le competenze di cittadinanza che si intende far maturare allo studente, individuare i nuclei concettuali centrali della disciplina, quali metodologie far sperimentare allo studente e, quindi, cogliere il contributo di ogni disciplina per il suo successo formativo. Pertanto, tale impostazione richiede davvero una riflessione sulla didattica e deve superare la didattica tradizionale. La prova è avvenuta nel corso del lockdown con la necessità di riorganizzazione la didattica in modalità a distanza: non si poteva ripetere quanto svolto in presenza. Questa nuova impostazione che si rende necessaria richiede una progettazione diversa, per superare la logica dell’apprendimento prettamente trasmissivo e quindi un semplice riversare le proprie conoscenze attraverso la spiegazione frontale. 

Diventa fondamentale calibrare l’esperienza e la proposta didattica sui bisogni e le caratteristiche dello studente, personalizzare il percorso per stimolare ad un ruolo attivo dello stesso, mettere in gioco la dimensione relazionale che diventa indispensabile accanto alla dimensione cognitiva ma anche metacognitiva. Infatti, l’aspetto saliente di questa nuova impostazione didattica centrata sulla competenza non è soltanto quello di imparare dall’esperienza ma anche imparare dalla riflessione sull’esperienza, che aiuta a fare il salto di qualità, facendo maturare un apprendimento significativo. 

Per lo studente diventa anche un importante tappa nella costruzione del personale progetto di vita. 

Nella formazione professionale, gli aspetti di personalizzazione, di laboratorialialità e del progetto di vita sono attenzioni da sempre centrali e che fanno la differenza nella proposta formativa del settore. 

Questa visione è stata ribadita da recenti documenti cui le istituzioni scolastiche devono far riferimento: il decreto legislativo n. 66 del 2017 sull’inclusione, il decreto legislativo n. 61 sulla riscrittura dei percorsi dell’istruzione e formazione professionale,…

Alla scuola è richiesto di avere una didattica davvero al passo con i tempi, quindi, diventa indispensabile che tale nuova impostazione di una didattica per competenze divenga operativa sin dai primi anni della scuola d’infanzia, perché non può più riguardare soltanto la scuola secondaria

L’organizzazione del lavoro

L’impegno dell’istruzione e della formazione prima sinteticamente approfondito, deve preparare i cittadini, ormai anche cittadini digitali, i lavoratori e le lavoratrici di domani.  L’organizzazione del lavoro al quale devono essere preparati è un’organizzazione in continua evoluzione, in continua trasformazione, tanto che l’economista Bowlding, docente di economia internazionale di Ginevra, che da 30 anni si occupa dei temi di economia e globalizzazione, ha già coniato un nuovo termine per descrivere il contesto entro il quale ci troviamo: globotica, che va ben oltre la globalizzazione e la robotica.

Nuovi lavori dipendenti che nascono hanno un carattere di autonomia o sono gestiti attraverso delle piattaforme, degli algoritmi oppure lavori dipendenti che necessitano di una forte autonomia, come l’esperienza dello Smart Working ci ha dimostrato proprio nei mesi corsi. Oppure, è richiesto di saper gestire delle piattaforme digitali e delle piattaforme di capitale che fanno incontrare il venditore con il cliente o piattaforme di lavoro che fanno incontrare il datore di lavoro con il lavoratore. Questi sono solo alcuni degli esempi di nuovi lavori che dimostrano come si renda necessario essere in grado di stare al passo con i tempi vista e la velocità con la quale il lavoro cambia. 

Le condizioni di lavoro cambiano, pertanto, bisogna sapere gestire attentamente insieme la dimensione della tecnologia ma anche la dimensione dell’organizzazione perché se i due aspetti viaggiano in parallelo e non si incontrano, manca armonia. L’organizzazione del lavoro deve, quindi, essere necessariamente adeguata alla dimensione tecnologica.

Guardando alla storia, analizziamo solo alcune delle dicotomie manifestatesi:

  • Lavoro impostato sulla mansione o sul ruolo, che ha scardinato le categorie essenziali del giuslavorismo;
  • l’organizzazione del lavoro e la struttura organizzativa.

Il lavoro che è incentrato sulla mansione si incardina sulla posizione, su un inquadramento ingessato del lavoratore che ha un insieme di compiti assegnati in base al principio fordista della divisione del lavoro. Quindi, vi è un inquadramento con determinati compiti da svolgere, una staticità della mansione ed è richiesta una forte specializzazione, è incentrato su una marcata responsabilità individuale. Questo, oggi, si concretizza nel contratto con lo stipendio e l’inquadramento.

L’altra visione, invece, che va considerata in occasione dei rinnovi contrattuali, è incentrata sul ruolo. Il ruolo è una dimensione che si gioca e che è attinta dal mondo teatrale. Tale visione è incentrata sul tema della responsabilità assegnata in base degli obiettivi da raggiungere, dei risultati, Il ruolo da giocare si realizza all’interno di un’interazione con gli altri dove si rende necessaria una permeabilità dei ruoli e dove c’è maggiore autonomia e meno prescrizione. Questo, oggi, dovrebbe concretizzarsi nel contratto con il risultato e le competenze.

Nel discutere dei rinnovi contrattuali in corso va tenuta in debita considerazione tale seconda visione, per non rischiare di avere un’impostazione non al passo con i tempi.

Parlando di struttura organizzativa, possiamo affrontare una serie di dicotomie che descrivono molto bene l’evoluzione del lavoro: il contributo manuale rispetto al contenuto maggiormente cognitivo, la necessità di scambiarsi informazioni, di lavorare in gruppo, di avere una capacità di risoluzione dei problemi; la specializzazione a fronte della polivalenza, della profondità di conoscenze;  la prescrizione a fronte dell’autonomia; il lavoro individuale a fronte del lavoro in team; l’accentramento a fronte del decentramento; la struttura verticale, gerarchica a fronte di una struttura organizzativa di carattere orizzontale;…

Questi aspetti della dimensione organizzativa del lavoro messi in atto per migliorare la qualità del lavoro rendono necessari modelli organizzativi più evoluti, di Lean evoluta.

Per concludere, concentrerei l’attenzione sul rapporto scuola e lavoro e sul ruolo delle organizzazioni sindacali rispetto al tema lavoro.

Per quanto riguarda la scuola ed il lavoro, le esperienze di alternanza, di tirocinio, di apprendistato duale, di formazione terziaria sono tutti terreni di incontro e di progettazione congiunta che possono davvero aiutare a formare i cittadini ed lavoratori di domani. La pandemia ed il lockdown non devono far venire meno l’impegno per la loro promozione e riuscita. Infatti, per le scuole promuovere le competenze non è un superficiale gioco di parole ma è una rielaborazione strutturale della conoscenza che la scuola può riuscire a fare solo ed esclusivamente se esce dal perimetro del proprio spazio scolastico, perché in questo modo può fornire ai giovani giuste opportunità per apprendere in modo reale e mostrare il proprio valore ma anche per educare al lavoro attraverso il lavoro.

Infine, vorrei analizzare il ruolo delle organizzazioni sindacali nei processi di riorganizzazione del lavoro. Questi passaggi richiedono necessariamente una revisione dei contratti che conosciamo, la necessità di riflettere sul rapporto tra la contrattazione nazionale e i contratti di livello o contratti di prossimità. Le organizzazioni sindacali devono assumere un ruolo centrale nelle scelte aziendali per trovare insieme delle piste che aiutino davvero le aziende ad uscire da situazioni di crisi, ad affrontare il cambiamento in modo costruttivo, accompagnando i lavoratori e le lavoratrici in percorsi di riconversione professionale o di uscita incentivata, per non lasciare che si registrino solo effetti negativi prodotti da tali trasformazioni tecnologiche. Altro tema che va promosso è la partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa perché può favorire la responsabilizzazione ed il coinvolgimento di tutti i lavoratori nelle scelta aziendale. Per far fronte agli inevitabili effetti della riorganizzazione è indispensabile rilanciare la dimensione di bilateralità ma soprattutto attraverso politiche attive e non esclusivamente passive: questo aiuta a prepararsi al cambio tecnologico con la riconversione professionale, il superamento dell’articolo 18 attraverso un’impostazione che metta al centro le competenze come tutela del lavoratore. Da non trascurare è, poi, una riforma complessiva del sistema previdenziale e assistenziale che non può essere più affrontato solo ed esclusivamente come piccolo intervento per fare cassa ma va affrontato in un’ottica complessiva intergenerazionale. Infine, segnalerei la necessità di ridare centralità alla formazione ed allo welfare aziendale.

Come investire nella scuola per fare crescere il Paese?

La domanda da porsi è, però, come?

Innanzitutto, questo slogan ha avuto un’ampia diffusione ma è importante chiedersi attraverso quali strategie si può raggiungere questo ambizioso obiettivo. 

In primo luogo, sarebbe indispensabile fare un elenco dei problemi e delle situazioni che devono essere affrontate per quanto riguarda il mondo della scuola.

In secondo luogo, stabilire un ordine di priorità e programmare un piano pluriennale in virtù del quale tentare di affrontare tutte le questioni elencate.

Infine, una premessa metodologica imprescindibile: cercare di affrontare ciascuna delle situazioni coinvolgendo gli attori del mondo della scuola e non pensare di trovare delle soluzioni semplicemente con delle riforme calate dall’alto.

Provo a elaborare un elenco delle situazioni indispensabile da affrontare che, logicamente, non può essere esaustivo ma può fornirci una serie di punti di riferimento dai quali partire.

  • Di fondamentale importanza cercare di riordinare tutta la materia della normativa scolastica attraverso la riscrittura e la organizzazione di un testo unico delle norme della scuola. Infatti, l’ultima versione che è stata messo in cantiere risale al 1994 con il decreto legislativo n. 275. Riordinare tutta la materia della normativa scolastica può contribuire a sfoltire la stratificazione normativa accumulatasi negli anni e semplificare le procedure, perché è diventato particolarmente complesso affrontare qualsiasi situazione all’interno della scuola. Il riordino delle norme, che risale al 1994, con il cosiddetto Testo Unico, ha consentito proprio di raccogliere tutta la normativa relativa alla scuola sulle diverse tematiche e, soprattutto, ha messo ordine per evitare che le norme in conflitto tra di loro rimangano ancora in vigore. Inoltre, tale riordino favorirebbe anche chiarezza espositiva per ogni tematica e semplificazione burocratica dovuta al processo di ricostruzione a ritroso delle norme di riferimento.
  •  Fondamentale e non più rinviabile sarebbe rianimare la partecipazione all’interno delle istituzioni scolastiche. Per riuscirvi vanno ripresi in mano i cosiddetti organi collegiali della scuola per capire se sia utile una vera propria riforma degli stessi o un tentativo di rianimare i tanti spazi e tempi di partecipazione che ancora esistono. Questi, infatti, risalgono ai decreti delegati del 1974 e all’entusiasmo per il coinvolgimento nella vita partecipativa della scuola. 
  • Altro tema è la stabilizzazione. Infatti, il numero delle persone in condizione di precariato all’interno delle istituzioni scolastiche ha raggiunto livelli esorbitanti nel corso degli ultimi anni,  quindi, diventa indispensabile un piano pluriennale di assunzioni che permetta di coprire i posti vacanti e via via garantire una certa continuità e stabilità all’interno delle istituzioni scolastiche. In questo modo  anche la partecipazione all’interno delle scuole può avere uno stimolo.
  • Correlati al tema precedente sono indubbiamente le questioni della formazione iniziale e del reclutamento. Temi questi molto discussi, che nel corso degli anni sono stati frequentemente oggetto di riforma e di controriforma con l’ipotesi di avere la soluzione migliore per risolvere il problema del precariato. In realtà si è sempre accontentato qualcuno, scontentato altri e non pianificato una soluzione efficace. Sarebbe, invece, indispensabile un serio piano di formazione iniziale e di reclutamento per dare la possibilità a chi desidera entrare nel mondo della scuola di avere anche un piano chiaro e certo di quali percorsi di studio siano indispensabili e quali forme di selezione si debbano affrontare. Infatti, il tentativo di proporre l’ennesima soluzione ideale per affrontare il precariato ha nel corso degli anni creato enormi sacche di precariato all’interno della scuola.
  • Atro aspetto sul quale puntare è dare la possibilità di istituzioni scolastiche di sfruttare veramente appieno la propria autonomia. L’autonomia funzionale è stata introdotta con DPR n. 275 del 1999, grazie al processo di decentramento della pubblica amministrazione con la legge Bassanini. Nel corso degli anni, le istituzioni scolastiche hanno incontrato molti elementi che hanno imbrigliata l’esercizio pieno dell’autonomia, impedendone il pieno esercizio.
  • Altro aspetto non indifferente  è l’adeguamento del contratto collettivo nazionale di lavoro: un adeguamento legato alle mutate condizioni sociali, economiche e culturali che nel corso degli anni si sono venute ad affrontare. Infatti, è indispensabile far emergere l’enorme quantità di lavoro sommerso che all’interno delle istituzioni scolastiche viene effettuato, in particolare per quanto riguarda il lavoro del personale docente. Accanto ad esso non dobbiamo dimenticare il tentativo di riconoscere una dignità professionale a chi lavora nel mondo della scuola. Inoltre, vanno ragionate forme di carriera che consentano a ciascuno di poter ricoprire diversi ruoli, anche organizzativi, che oggi esistono ma che sono semplicemente diciamo così riconosciuti attraverso la contrattazione d’istituto. Istituzionalizzare e riconosce attraverso il contratto delle forme di carriera professionale introdurrebbe un forte stimolo dal punto di vista professionale e aprirebbe la possibilità di avere ruolo diversi, non dovendo ambire soltanto al ruolo di dirigente scolastico. Inoltre, diventa fondamentale, affrontando il tema del rinnovo contrattuale, un affondo sulla formazione permanente riconosciuta, che deve caratterizzare una professionalità come quella di coloro che lavorano nel mondo dell’Istruzione e della formazione. Infine, ma non da ultimo, un ragionamento serio e sistematico sul tema degli stipendi.
  •  Altro tema che dovrebbe essere affrontato è quello di riconoscere degli organici del personale che siano adeguati al progetto di investimento iniziale che si dichiara. Lo slogan investire in istruzione e formazione per rilanciare il Paese necessita, infatti, di organici adeguati, altrimenti non può essere garantito un investimento funzionale, perché non si permetterebbe un esercizio pieno e reale dell’autonomia scolastica.
  • Altro punto centrale deve essere un forte impegno per la lotta alla dispersione scolastica, frequentemente oggetto di altri slogan, ma che sostenuto con un reale investimento ed una riflessione seria su molti altri temi collegati, come la valutazione, la continuità, la difformità della condizione di lavoro tra i diversi ordini di scuola, il ruolo del PCTO come orientamento e incontro autentico tra il mondo della scuola e il mondo del lavoro nel rispetto reciproco, senza invasione dei rispettivi campi di competenza l’una dell’altro. 

Questo è solo un brevissimo elenco di molte questioni che la scuola deve affrontare e che devono essere necessariamente risolte, perché così si può parlare di investimento nell’istruzione e nella formazione per rilanciare il nostro Paese. L’elenco non è sicuramente esaustivo ma una attenta analisi e una seria presa in carico di tali temi con il doveroso coinvolgimento del mondo della scuola, nel rispetto della professionalità di chi ci lavora, aiuterebbe nel realizzare concretamente quello slogan iniziale, ossia, mettere al centro del dibattito e degli investimenti istruzione e formazione per la crescita del Paese.

Come riconoscere le fake news sulla scuola

Ebbene, questo accade anche sui luoghi di lavoro e la scuola non è esente.

Quante volte, una notizia riferita male o in modo incerto, ha comportato incomprensioni? Quante volte, ci si rende conto, a delibere effettuate, che alcune informazioni fornite, hanno indotto in errore o obbligato ad assumere impegni non in realtà dovuti?…

Aneddoti di questo tipo ve ne sono infiniti. Infatti, grazie al passaparola, alla diffusione attraverso le chat o alla scarsa abitudine a verificare le fonti, frequentemente, come mondo della scuola ci si è ritrovati a fare i conti con interventi legislativi ancora in fase di discussione che per alcune persone sono considerati già norme applicabili.

Cerchiamo, allora, di attrezzarci per affrontare queste situazioni ed essere certi delle informazioni ricevute.

Dapprima, recuperiamo qualche esercizio di pensiero appreso grazie alla filosofia: concettualizzare, problematizzare, argomentare, negoziare. Attraverso questi quattro esercizi del pensiero possiamo analizzare con attenzione le notizie ed attrezzarci per difenderci dalle cosiddette fake news.

Concettualizzare

Questa attività consiste nel riuscire a definire un concetto, saperne cogliere gli elementi essenziali ed accessori, saperlo distinguere dai sinonimi e conoscerne anche la terminologia tecnica, specifica dell’ambito scientifico o disciplinare che ci interessa.

Problematizzare

Saper esercitare questa attività durante la lettura di una notizia ci impegna nell’interrompere temporaneamente l’immediato, l’attuale flusso del quotidiano, cercando di mettere tra parentesi la propria immediata ed istintiva relazione con il mondo. Si esercita così una sorta di epochè, che ci rende più obiettivi, maggiormente lucidi, pronti a porre domande e svelare falsi problemi.

Argomentare

Saper esercitare questa capacità del pensiero aiuta nell’individuare e comprendere i passaggi di un argomento. Pertanto, nell’analizzare una notizia, è utile saper ricostruire il ragionamento logico sotteso ed individuare, pertanto, i passaggi dalle premesse alle conclusioni, raggiunte per via induttiva o deduttiva. Se nel corso di tale ricostruzione qualcosa non torna, è chiaro che abbiamo trovato indizi di dubitabilità da approfondire per arrivare alla fondatezza o meno della stessa.

Negoziare

Questa competenza può essere inquadrata come la capacità di mettere in gioco le tre precedenti. Nel caso specifico della scuola, viene chiamata, per esempio, in causa ogniqualvolta in una sede collegiale va condotto un confronto per addivenire a scelte condivise. Infatti, entrano in gioco le tre competenze precedenti per ricomporre la tensione concettuale scaturente da una discussione su scelte comuni.

Ricerca delle fonti

Vediamo di prendere in prestito un’altra importante competenza, questa volta dalla ricerca storica: la verifica delle fonti. Di fronte ad una qualsiasi notizia che riporta dei riferimenti verificabili, la prima strategia di accuratezza è il confronto con la fonte per appurare l’attendibilità. Può essere di aiuto l’indicazione di una data, di un luogo, di un autore, di un libro o un articolo…  Nel caso di molte situazioni riguardanti la scuola, un riferimento legislativo. Quest’ultimo deve corrispondere nei riferimenti spazio temporali citati, nei contenuti riferiti, nelle interpretazioni riportate.

A proposito di legislazione

Un caso frequente di cattiva informazione nella scuola avviene in occasione di interventi legislativi o riforme dibattute e attenzionate dai media. Infatti, le fasi propedeutiche all’approvazione di un intervento di questa natura sono oggetto di una certa attenzione, tanto da indurre nell’errore di credere siano già operative.

Per attrezzarsi ad una lettura critica di tali commenti è, forse utile, rispolverare quanto prescrive la nostra Carta Costituzionale sulle diverse tipologie di interventi legislativi e sul loro iter di approvazione.

Gerarchia delle fonti

La Carta Costituzionale distingue tra fonti primarie e fonti secondarie.

Le fonti primarie includono la Costituzione e le leggi costituzionali, i regolamenti comunitari, le leggi ordinarie, i decreti legge ed i decreti legislativi, le leggi regionali.

Le fonti secondarie sono i regolamenti emanati dal Governo per applicare leggi ordinarie, la consuetudine, cioè un comportamento ripetuto nel tempo con la convinzione che sia obbligatorio e conforme all’ordinamento.

Importante ricordare anche cosa sia un decreto legge e cosa un decreto legislativo, in quanto il loro stesso iter di approvazione incide su validità ed applicabilità.

Decreto Legge e Decreto Legislativo

Il decreto legge discende dal riconoscimento di potere legislativo al Governo, di norma titolato ad esercitare il potere esecutivo. I motivi per i quali si consente al Governo di esercitare questo potere sono dettati da necessità ed urgenza, ma il decreto che ne scaturisce ha valore provvisorio e va convertito in legge dal Parlamento entro sessanta giorni, pena la decadenza dell’intera validità….

Un decreto legislativo è un atto normativo avente valore di legge adottato dal potere esecutivo, quindi dal Governo, su delega espressa e formale da parte del potere legislativo, il Parlamento, che ne stabilisce anche i confini ed i tempi.

Fasi di approvazione

Infine, per uno sguardo completo sulla efficacia di una norma è doveroso ricordare le cinque fasi che prevede la Costituzione, dall’articolo 71 all’articolo 75: 1. Iniziativa; 2. Esame; 3. Approvazione; 4. Promulgazione; 5. Pubblicazione.

Qualsiasi riferimento legislativo troviate citato, oltre a verificarne la corrispondenza, per avere efficacia deve essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale. La sola discussione attorno ad una riforma della scuola, fenomeno frequente ad ogni cambio di Governo, non basta a vederne esplicare gli effetti.

4 punti per il futuro della Scuola

Dopo una lunga stagione nella quale investire nell’istruzione, formazione e cultura era considerato un debito, finalmente, oggi, si sente parlare dell’investimento nella scuola come di un investimento per il futuro del nostro Paese.

Concretamente, cosa vuol dire investire nella scuola? Cercheremo di toccare alcuni punti e non saremo sicuramente esaurienti. Affronteremo i punti centrali.

Innanzitutto, riuscire a sanare il problema del precariato: Non possiamo pensare che una scuola riesca a reggere con il continuo balletto di insegnanti che, di anno in anno, si vedono costretti a cambiare sede e a non garantire continuità didattica nell’offerta formativa e nella relazione con gli studenti. 

In secondo luogo, è ora di interrompere l’abitudine e la moda delle riforme calate dall’alto per avere un reale intervento riformatore è indispensabile che questo parta dal basso e, quindi, si ritorni alla stagione delle sperimentazioni. Una proposta, un’iniziativa deve essere provata sul campo direttamente dagli attori per poterne raccogliere osservazioni ed aggiustare il tiro.

In terzo luogo, riprendere in mano il tema del rinnovo contrattuale sia di parte normativa che di parte economica e, con l’occasione, introdurre una forma di carriera per ricoprire le diverse figure professionali che nel corso di questi ultimi vent’anni hanno visto evolvere il ruolo e la professione del docente e non solo.

Infine, ma non per importanza, è indispensabile investire in un serio e impegnativo progetto di formazione per avere il personale preparato ad affrontare le sfide del futuro.

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